Lampedusa, lo stadio del mondo 

Nicolini: «Eravamo la porta dell'inferno, grazie anche al calcio non lo saremo più. Con gli azzurri ospiti d'onore»
Lampedusa, lo stadio del mondo 
Xavier Jacobelli
TagsBebe VioLampedusaWashington

LAMPEDUSA - I relitti sono accatastati dietro la porta del campo, alle spalle del porto. Guardi i barconi, sugheri galleggianti nel Mediterraneo e ti domandi come sia possibile che migliaia di uomini, donne, bambini, abbiano potuto viaggiare lì sopra, pigiati l’uno sull’altro, torturati dalla disumanità degli scafisti e dei mercanti di morte, per i quali nessun inferno sarà mai abbastanza profondo. Il 3 ottobre scorso si sono compiuti tre anni dalla strage al largo dell’Isola dei Conigli. Affondò una nave stracolma di migranti. Morirono in 366. Altri 20 sono stati classificati come «presunti dispersi», 155 vennero salvati. Di questi, 41 erano minorenni, uno soltanto uno era accompagnato dai genitori. Fu una delle più gravi catastrofi marittime ne Mediterraneo dall’inizio del secolo. L’imbarcazione era un peschereccio libico lungo circa 20 metri, salpato dal porto libico di Misurata il 1º ottobre, con a bordo migranti eritrei. A mezzo miglio dalle coste lampedusane, poco lontano dall’Isola dei Conigli, uno scafista ha acceso una torcia e l’ha lanciata in mezzo alla gente. Sul barcone c’era un residuo di gasolio. Il peschereccio si è incendiato, ha girato su se stesso per tre volte ed è colato a picco. [...]

BEBE VIO E GLI AZZURRI. A Washington, quella sera, Giusi Nicolini aveva accanto Bebe Vio. «L’ho invitata all’inaugurazione del nostro stadio e, come ospiti d’onore, chiameremo anche gli azzurri della Nazionale. Noi e Bebe Vio abbiamo in comune una cosa: il coraggio di vivere». Il sindaco dissimula la stanchezza allargando il sorriso. Alle spalle, ha un’altra giornata pesante. Le due efficienti segretarie che filtrano telefonate e appuntamenti, si sono abituate ai suoi ritmi. E’ appena terminato l’incontro con venticinque volontari di un’associazione umanitaria. Si congedano con un applauso. Mi viene incontro e fa: le spiace se mi accendo una sigaretta? Non sarà l’unica. Ha molte cose da raccontare al Corriere dello Sport-Stadio. «Lo sa che mio marito, Peppino Palmieri, milanista, è un fedelissimo lettore del suo giornale? E lo sa che a noi lampedusani fa davvero piacere parliate del Bridge? Sarà il fiore all’occhiello di un’isola che per vent’anni ha fronteggiato da sola l’emergenza profughi. Questo stadio sarà un simbolo sportivo e sociale. Sarà qualcosa di molto importante e non finiremo mai di ringraziare Abodi, la Lega di B, tutto coloro che avranno contribuito a realizzarlo». [...]

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