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Veltroni intervista Nesta: «La mia Lazio e Totti, rivale amatissimo»

Veltroni intervista Nesta: «La mia Lazio e Totti, rivale amatissimo»
© Bartoletti

«I primi scontri in campo già a 8 anni ma tra noi c’è amicizia. Adesso gli dico: chiudi alla grande! Quanto mi manca Roma»

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di Walter Veltroni

sabato 13 maggio 2017 09:05

ROMA - Le immagini di quei due bambini sul campo sono negli occhi di tutti i malati di calcio. Perché il talento e la classe sono certo il prodotto di tanta fatica, abnegazione, sacrificio. Ma sono anche un “tocco” del destino, un regalo della natura. Qualcosa che sta scritta da qualche parte del dna o dell’anima. Nesta a otto anni era già un giocatore promettente, come Francesco Totti, suo amico e rivale per un tempo infinito. Nesta è stato un grande dello sport romano. Giocatore di rara classe nel settore difensivo è stato sempre riservato, corretto, discreto. Come sanno fare i figli di Roma popolare. Specie quelli che hanno avuto fortuna e non si dimenticano mai la verità della vita reale. Nesta oggi allena a Miami e sarebbe bello che presto tornasse a farlo in Italia. D’altra parte da quella Lazio sono sbocciati molti dei migliori tecnici del momento. Manca lui, qui.

Che cosa le manca di Roma?

«In primo luogo mia madre. Mio fratello. A Roma sono cresciuto, mi manca Roma, la sua anima, i suoi colori, la passeggiata al centro. Quando torno l’apprezzo ancora di più, rispetto a quando ci vivevo. Adesso sono più di dieci anni che sono fuori, ma quando torno mi sembra di non essere mai andato via».

Mi racconta come ha cominciato a giocare al calcio?

«Abitavo a Cinecittà e prima non c’era la Play Station, non c’era l’ipad, non c’erano le partite su Sky, in verità non c’era niente, perciò giocavamo a calcio sotto casa, partite che non finivano mai. C’era solo quello allora, non c’era tennis, tanto meno piscine per il nuoto, non c’era nessun altro sport e come tutti i bambini giocavo a calcio. Poi sono andato nella squadra del mio quartiere a Cinecittà, che era collegata alla Roma. Ma la mia famiglia era laziale e mio padre lo era in modo molto convinto, per usare un eufemismo. La Roma mi voleva e c’era stata un’offerta per andare in giallorosso. Ma scattò il veto biancazzurro di papà e così ho preferito aspettare la Lazio. Perché era così che doveva andare».

[...]

Mi ricorda il primo incontro con Totti?

«Totti, che storia! Il primo incontro fu in un Lodigiani-Lazio. Avevamo otto anni. Ricordo che nella capitale, quando eravamo piccoli, Totti era già Totti, a otto anni. Perciò tutti già sapevano quanto fosse forte. E tutti avevano molte aspettative, incredibili per un bambino, però tutti ne parlavano. Ci ho giocato contro quando era alla Lodigiani, per due anni. Poi è passato alla Roma e abbiamo avuto tanti incontri. Ho avuto sempre un buon rapporto anche da piccolo con la madre, con il padre».

Come ricorda quella partita? In quella partita c’erano due futuri campioni del mondo, allora bambini di otto anni…

«Prima cosa: eravamo già capitani delle nostre squadre. Poi io allora giocavo a centrocampo. Lui era numero 10 già a otto anni e ricordo che in tutte e due le partite nelle quali ci siamo affrontati lui rompeva le scatole, calcisticamente. Era fortissimo». Cosa pensa di quello che sta accadendo a Totti in questo momento? «Lo sto seguendo. Credo che quel momento arrivi per ciascuno. E credo che anticipare tutti da parte del giocatore sia la cosa migliore da fare. Quando si sente che il corpo non va più come prima e c’è un po’ di perplessità da parte della società, allora è meglio anticipare tutti. Decidere da soli, non far decidere ad altri».

Se avesse Francesco davanti adesso come su quel campo a otto anni cosa gli direbbe?

«Gli farei i complimenti. Alla sua età è ancora competitivo, cosa rara. Poi gli direi di uscire alla grande, di dire belle parole e chiudere quest’anno, fare una grande festa. L’uscita migliore che possa fare un campione del calcio come lui».

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