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Milan 2003/04-Milan 1987/88 1-2: bello e feroce, lo squadrone di Sacchi non ha rivali

Il Milan di Ancelotti si specchia troppo nel suo palleggio, Baresi e compagni hanno il fuoco dentro E il genio di Donadoni fa prevalere le qualità di Gullit e Van Basten

Milan 2003/04-Milan 1987/88 1-2: bello e feroce, lo squadrone di Sacchi non ha rivali

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Era già successo che si ritrovassero sullo stesso prato ma divisi dalle panchine e dalla casacca, non certo dall’affetto fraterno. Uno, il maestro Arrigo appena tornato di corsa dalla Nazionale al Milan lasciato da Tabarez, l’altro, l’allievo Carlo arruolato da Tanzi nel Parma. Finì, quel giorno a San Siro, col successo di Ancelotti, gol di Mario Stanic, improvviso come un fulmine uscito da un cielo sereno, che non lasciò alcuna ombra tra i due. Perciò rivedersi qui, in questo ottavo di finale della Superteam del Corriere dello Sport, è anche l’occasione per riannodare il filo di antiche amicizie rimaste intatte.

Il Milan del primo scudetto dell’era Berlusconi è reduce da un finale di stagione travolgente: scavalcato il Napoli di Maradona col 3 a 2 della sfida diretta, veleggia sicuro verso il traguardo dello scudetto fissato sul ramo del lago di Como (gol di Virdis il sigillo) e più tardi nel catino di San Siro riaperto per celebrare la festa tricolore con settantamila ubriachi di gioia. L’immenso Van Basten è appena guarito dall’intervento alla caviglia, Gullit con le trecce al vento è capace di disfare qualsiasi difesa, compresa quella dell’Inter (Zenga, Bergomi, Ferri, Passarella), Donadoni trasforma in traccia sotterranea utile al gol ogni elementare appoggio di Colombo o di Evani. Questo è il Milan che solo qualche mese dopo, con l’arrivo tormentato di Rijkaard completerà il trio arancione di grande suggestione ed effetto pratico e alzerà la Coppa dei Campioni a Barcellona diventando una delle squadre storiche premiate dall’Uefa.

L’altro Milan, quello allestito da Ancelotti allenatore, è reduce da una doccia galiziana, la sconfitta 0 a 4 a La Coruña, patria di Luisito Suarez, con il Deportivo, dopo il 4 a 1 dell’andata. È squadra d’impareggiabili palleggiatori che aggiungono all’estro certificato anche il disincanto di qualche esibizione al ribasso, caduta di tensione. Nella corsa allo scudetto risulta decisiva la sfida con la Roma, risolta, a San Siro questa volta, dalla testa di Shevchenko sul cross volante di Kakà ed è anche quella l’anteprima di una successiva stagione finita in modo traumatico nella bolgia di Istanbul, finale con il Liverpool persa ai rigori dopo il 3 a 0 del primo tempo.

Ecco allora la differenza, emersa anche questa volta tra una frazione e l’altra, al cospetto di un rivale che non perdona certo se per caso o per sufficienza, monta in cattedra, comanda il gioco, e stordisce Inzaghi con il fuorigioco sistematico, organizzato da Franco Baresi limitando a zero i rischi. Quel primo Milan di Arrigo ha il fuoco dentro, che gli deriva da un lungo digiuno storico e da una striscia di disavventure (le due retrocessioni in B), sospinto dalla voglia di stupire oltre che di giocare bene. Quest’altro invece si compiace spesso guardandosi allo specchio con Seedorf, si esalta nelle fughe palla al piede di Kakà ma concede, dalle parti di Nesta e Pancaro, qualche metro di spazio oltre il lecito agli olandesi che firmano e sottoscrivono la differenza conclusiva. Uno ha gioventù dalla sua e la chiave d’accesso a un calcio mai visto prima, sa anche soffrire e sorvolare su qualche fischio ostile, tipo quello di Verona ricevuto da Lo Bello jr. ripagando con la seconda Coppa dei Campioni a Vienna. L’altro, più datato, dovrà aspettare Atene 2007 per sentirsi nuovamente all’altezza dei padri della patria rossonera. E non stupisca che sia proprio Kakà a partire davanti, sgabbiando come solo i cavalli di razza sanno fare prima di farsi rimontare e superare da Gullit e Van Basten, una ditta mai passata di moda, nemmeno dopo oltre trent’anni. Tra Palloni d’oro di due generazioni ci si intende.

 

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