© Getty Images Diciamo no alla Nations League
Dopo una lunga e attenta riflessione posso dire di aver e finalmente individuato la soluzione all’assenza di date per i recuperi di una serie A frammentata dal virus e da troppe sottovalutazioni e negligenze. È l’inevitabile rinuncia alla Nations League. I club che mantengono il baraccone , garantendo lo stipendio a giocatori e derivati e nel corso dell’anno consentono a Fifa e Uefa di organizzare - a rischio zero - qualificazioni o fasi finali mondiali e europee, coppe continentali e confederali, Champions, Europa e Conference League e l’interessantissima (...) Nations, il cui unico pregio è la suddivisione in fasce di merito (ranking); i club , dicevo, vista la situazione di emergenza dovrebbero investire la Federcalcio comunicandole l’indisponibilità a liberare i tesserati per il torneo programmato dall’Uefa a giugno . La misura, che avrebbe tutti i caratteri dell’eccezionalità, consentirebbe di guadagnare almeno un paio di settimane supplementari.
Credo che sia giunto il momento di ribellarsi alla “uefifacrazia ” anche per ritrovare un calcio “fisicamente” sostenibile, umano e più spettacolare: la compressione del calendario e molti altri aspetti di natura gestionale hanno superato i limiti della decenza proprio per l’urgenza di fare soldi avvertita dalle massime istituzioni mondiali e europee, una vocazione poco etica per tutti tranne per loro.
Sono convinto che se l’Italia facesse il primo passo, altre nazioni che stanno affrontando le stesse difficoltà la seguirebbero volentieri.
Le parole, i buoni propositi non bastano più. Il calcio dev ’ essere messo di nuovo al centro del villaggio, per dirla alla Rudi Garcia. La perdita di appeal dello sport più popolare ha origine nell’intensificazione selvaggia degli impegni che ne riduce indiscutibilmente la qualità, il fascino dell’evento e di riflesso l’interesse : se mi costringi a mangiare caviale tutti i giorni, al settimo giorno il caviale te lo tiro dietro. Se poi mi fai mangiare non dico cosa , te lo sbatto in faccia anche prima.
Dieci anni fa l’Uefa lanciò una campagna etica dandole un nome semplice e efficace: Respect, Rispetto. Il mondo dei media si è mangiato buona parte dell’idea con esibizioni suggerite dal politicamente corretto, appariscenti e vuote; oggi dovrebbe prevalere un concetto più naturale, banale: il rispetto dell’uomo calciatore che non può essere ridotto al lavoro forzato. Direte: strapagato. Ma la salute e la dignità non hanno prezzo.
PS. Ricordo ai più distratti che il prossimo campionato, il pre-Mondiale, partirà prima di ferragosto. Sempre che i club e i calciatori non vi arrivino a pezzi. Mia nonna ogni tanto ripeteva che «chi abusa poco usa».
