Dino Zoff, l'intervista esclusiva: "Bearzot, onesto fino alla ferocia"

Il mitico capitano dell’impresa del 1982 ci ha accompagnato dentro quei giorni irripetibili per le circostanze che li generarono grazie a un vero protagonista
Dino Zoff, l'intervista esclusiva: "Bearzot, onesto fino alla ferocia"© AP
13 min
Andrea Santoni
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ROMA - Le sue mani di ottantenne sono ancora bellissime, anche se lui si schernisce («Guarda...sono quelle di un vecchio...») mentre stringe un fazzoletto. E l’ode tosattiana all’11 luglio 1982, col suo celebre incipit appena risuonato nella grande sala del Circolo Aniene che ci accoglie (“Alza la coppa, Dino, alzala perché il mondo la veda...”) non potrebbe avere, dopo 40 anni, un referente diverso da Dino Zoff. Che, dopo un’ora generosa di emozioni mondiali e di riflessioni sulla vita, raccontate col suo tono furlano ormai pacificato, tu vorresti poter sollevare idealmente come il simbolo di un orgoglio perduto: quello di essere italiani.

Dino Zoff, vorremmo partire dalla fine, dal momento in cui appunto alza la coppa del mondo, e chiederle cosa c’era in quell’attimo.
«Ero in gloria! Nel senso di sentirmi fuori dai canoni; se penso che volevo baciare la regina di Spagna...tanta era la felicità».

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“Dura solo un attimo, la gloria” è il titolo della sua autobiografia, ma non in questo caso.
«E’ vero, questa dura tutt’ora. Ma mi riferivo all’istante che vale la massima espressione del tuo lavoro, della tua passione. E lì c’erano tutte le componenti per essere un po’ fuori...».

Zoff ghiaccio bollente, non ci dica...
«Mai stato ghiaccio bollente, ma uno sempre equilibrato. Il ruolo prevede freddezza eppure non mi sono mai sentito un freddo, e in quel frangente era impossibile esserlo: davanti al mondo, alle massime autorità sportive, a Pertini, al re di Spagna. Come non fremere? Eppoi lo sport in particolare ti dà delle emozioni così prorompenti, così violente e difficili da controllare... E quella volta eravamo tutti in stato di grazia».

Nell’ondata di passione per quei giorni iridati quanto pesa la delusione attuale di essere fuori dal mondiale?
«Qualcosa ci può essere in questa amplificazione del ricordo. Ma la verità è quel mondiale resta irripetibile, di grande qualità, con tanti gol su azione. Eppoi le circostanze che lo hanno reso unico per noi: un inizio deludente, con la critica ferocemente contro, eppoi con un crescendo rossiniano per arrivare all’apice. A questo bisogna aggiungere un allenatore come Bearzot. C’è stato Rossi, straordinario, tanti compagni bravissimi. Ma solo Bearzot poteva farci vincere, e io ne ho esperienza. Solo lui, ripeto».

Una copia che vale un sogno: Cinzia Bearzot
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Una copia che vale un sogno: Cinzia Bearzot

Solo il Vecio. Perché?
«Ma perché era un comandante vero, che conosceva gli uomini, un grande generale, che però non rientrava nei canoni della critica».

Che voi avete affrontato con una scelta allora clamorosa: il silenzio stampa.
«Non era mai successo prima. Non era semplice, eravamo in campo internazionale, non in Italia, in un club, dove puoi dire una parola in più o in meno».

Quanto pesò lei in quella decisione?
«L’iniziativa fu collettiva. Ci siamo resi ben presto conto del problema. Ogni mattina c’era l’ora di interviste con la stampa, che si risolveva sempre in una serie di domande sul perché non rendevamo. “Inutile che stiamo qui a controbattere cose già dette, a giustificarci: non parliamo più, andiamo in campo, dimostriamo se abbiamo ragione noi o loro”. E così fu».

E Bearzot?
«Lui, per ruolo istituzionale, non spinse nel modo più assoluto, ma ci disse: “fate voi quel che ritenete più opportuno”. La nostra scelta fu contrastata dai giornalisti. “Non c’è democrazia. qualcuno deve parlare, siamo al mondiale, magari la commissione interna” ovvero il gruppo di noi che trattava i premi. E a quel punto presi l’iniziativa: «Sono capitano, ho 40 anni. Ci penso io a quel che si deve dire, parlo solo io, voi pensate a giocare. Ma il momento era oggettivamente complicato, tanto che nelle prime conferenze dopo le partite, con i due capitani, quando era il mio turno, molti degli inviati italiani lasciavano la sala stampa».

Le voci su Cabrini e Rossi furono il punto più basso.
«Ma ne giravano di storie per noi assurde, come quella secondo la quale avremmo saltato un evento di una azienda italiana perché non avremmo ricevuto un orologio per le nostre mogli. Ma tutto questo faceva parte di una campagna contro Bearzot».

Lei come spiega certi eccessi?
«C’erano componenti precise. La mancata convocazione di Beccalossi, espressione del calcio milanese, e quella di Pruzzo per quello romano. Eppoi Rossi che veniva da due anni di squalifica, e il vecchio Zoff che aveva sbagliato quattro anni prima. In più c’era la gara tutta italiana a dire qualcosa in più degli altri».

Eppure eravate la squadra esaltata in Argentina.
«Per questo dico che le critiche erano preconcette. Il gruppo era lo stesso. Magari nel 1978 se avessi giocato un po’ meglio io, magari si arrivava alla finale. Però in quel momento non c’era ragione di essere così negativi. Anche perché passata la prima fase, pensi di aver fatto il minimo sindacale e di conseguenza ti liberi e vengono fuori le tue qualità, se le hai».

Veramente all’inizio l’Italia giocava oggettivamente male: difficile essere ottimisti.
«Ma non così male. Le difficoltà del primo turno a un mondiale sono grandi, il pensiero di non passare è angosciante. E io avevo ricordi mica piacevoli: il rientro nel 1974, dopo l’eliminazione in Germania, con i cellulari a Malpensa, quelli della polizia però. Adesso mi viene da ridere, non siamo andati in Qatar e non è successo niente. Certo, aver vinto l’Europeo ha attutito il colpo. E mi direte: ecco il solito vecchio...che parla dei suoi tempi... ma ai miei tempi, diciamo, succedevano cose pesantine...».

Ma quanto è difficile vincere con la Nazionale?
«Non è semplice. Prendiamo il ct: io dico che il ct deve essere un selezionatore che poi diventa allenatore nel periodo della competizione. E aggiungo, potendo prendere il meglio, non serve essere Eistein per farla andar bene».

E quanto conta la fortuna?
«E’ determinante».

A Euro 2000, con una Nazionale di talenti, le ha voltato le spalle a 20 secondi dal trionfo.
«Lo sport è questo, il calcio in particolare. Nei 100 metri è più difficile avere sfortuna. Ma se ripenso a Italia-Francia...Quando il quarto uomo comunicò all’arbitro, che conoscevo, Garcia-Aranda, il recupero di 4’, mi sono rivolto a lui, in spagnolo, dicendo, “ma no, no faltan cuatro minutos, ma tres”. Per dire il destino com’è, visto che il pareggio francese è arrivato dopo 3 minuti e 40 secondi, prima della sconfitta nel supplementare».

Tornando in Spagna e al legame con Bearzot, ci parli del più bel bacio della storia del nostro calcio, quello che lei regalò sulla guancia al ct, subito dopo Italia-Brasile, mentre lui era intervistato...
«(sorride) Diciamo che tirando via la maschera del contegno, anche noi friulani abbiamo un cuore. Magari non lo dimostriamo, per timidezza, per pudore. In un momento di euforia facciamo cose di cui ci si può vergognare...».

Non certo per un gesto simile. E per un uomo simile, semplicemente un gigante.
«Sì, era di una onestà feroce, anche se onestà e ferocia non quadrano. Non aveva paura di niente, un uomo...un comandante, dai, c’è niente da fare, che se c’è un pallottola la prende lui davanti. Aveva intelligenza e cultura, al di là dei suoi studi classici. A noi fece un discorso semplicissimo. Mi ripeto, lo so, ma questo è: “noi siamo italiani. In tutti i campi abbiamo eccellenze, lasciamo da parte l’organizzazione, giochiamo da italiani, con la nostra imprevedibilità, la nostra fantasia. Perché dobbiamo giocare come i tedeschi o gli olandesi?” Potrà sembrare banale ma questa idea è stata la forza della squadra e della nostra storia».

Anche della sua, da allenatore.
«Il calcio non è una gara di ballo, in cui tu dici quello danza più o meno bene. Nello sport, se non vinci, non conta l’estetica. Se nei 100 metri uno corre in modo elegante ma arriva terzo...ha vinto lui? No. Io parto dalla sostanza delle cose, per cultura familiare. Mia moglie dice: “Dino, ripeti sempre le stesse cose”. E’ vero, ma che posso farci? Una volta ho preso un gol, non quelli da 40 metri perché ero cieco..., un gol normale, di cui mi ha chiesto conto mio padre. Io mi sono giustificato: “Sai, non me lo aspettavo”. E lui: “Perché, fai il farmacista? Se non te l’aspetti te che fai il portiere...”. Ho sempre parlato poco: a parole è facile essere bravi. Ora sono molto narciso, non sono umile come dicono, ma ho sempre cercato i numeri. E ora posso affermare: “Vai a vedere quello che ho fatto”. Questo è il mio modo di intendere la vita, le cose».

Come si concilia con l’idea di gruppo vincente, come può essere stato quello spagnolo?
«Il gruppo, il gruppo... Io parto da un presupposto diverso. Uno deve fare il proprio lavoro al meglio. Non bisogna essere amici per vincere. Ho giocato in squadre in cui in tanti non si vedevano bene eppure abbiamo vinto. Il concetto centrale, ripeto, era il lavoro, svolto al massimo delle proprie possibilità».

Come nel caso della Parata, quella su Oscar, nel finale di Italia-Brasile 3-2.
«E’ stata di quelle come dio comanda. C’erano tutti i quozienti di difficoltà: dovevo intercettarla, c’erano tutti brasiliani nell’area piccola, non potevo dunque respingerla, poi tenerla e non dare la sensazione di spostarla, dinamica che avrebbe potuto indurre l’arbitro Klein a pensare che il pallone avesse sopravanzato la linea. Quei 4-5 secondi sono stati di paura pura. Ho temuto si ripetesse quanto accaduto in Romania, in un’amichevole, quando l’arbitro aveva convalidato un gol fuori di 20 centimentri. Non lo trovavo con lo sguardo, era alla mia destra, e quando l’ho visto che faceva no con le mani ho respirato».

Anche contro l’Argentina si era esaltato su un colpo di testa di Passarella.
«Questa parata non la ricordo, so che in quella partita mi fregò l’arbitro, che spostò la barriera e lasciò calciare Passarella senza rifischiare, come avrebbe dovuto».

E i gol dei brasiliani, Socrates e Falcao, come li giudica?
«Nel primo caso mi ha fregato Socrates. Pensavo di riuscire a coprire il primo palo col piede e non invece non ci sono riuscito. Falcao, di sinistro poi, non avrebbe potuto far gol. La palla me la deviò in modo impercettibile Bergomi».

Per fortuna ci pensò Paolo Rossi, che non c’è più.
«Ci manca Rossi, come ci manca Scirea. Paolo esplose, divenendo l’eroe di quel mondiale. Ma anche il vuoto di Scirea è grande: a lui ero anche più legato, non solo era il mio compagno di stanza. Era un esempio di stile fuori e dentro il campo. Scirea era davvero un uomo da non perdere».

A proposito di giganti, quel trionfo non sarebbe stato lo stesso senza la presenza di Pertini. Tra i momenti epici di quei giorni resta la vostra partita a scopone, che perdeste per stessa ammissione che il Presidente.
«Indimenticabile. Tutto nacque così, su iniziativa sua: “Ma voi come passate il tempo fuori dal campo...?” E la partita è venuta fuori così. Già le carte annullano le posizioni che uno ha nella vita, in più metteteci il Presidente che gioca come un comune compagno, con la arrabbiature e le discussioni: straordinario. Lo stesso al Quirinale, a pranzo, appena arrivati a Roma. “Io voglio Zoff e Bearzot accanto a me, tutti i giocatori a tavola, eppoi se c’è posto per ministri e onorevoli bene, altrimenti che vadano al ristorante”. Una cosa incredibile».

Incredibile come quel mondiale vinto, grazie ai gol di Rossi. Ma un dubbio su Pablito a un certo punto l’avete avuto?
«Posso dire che per me era giusto farlo giocare e si è dimostrato giusto, sapevo che era giusto. Avevo talmente fiducia in Bearzot che mi nutrivo delle sue certezze. E siamo diventati campioni del mondo. Anche se prima di affrontare l’Argentina di Maradona e quel Brasile beh, qualche incertezza era legittima. Ma poi abbiamo assunto una consapevolezza vera, senza proclami, che spesso nascondono la paura. E ora, dopo 40 anni, dico che se dovevi fare un film l’avresti fatto così. Ma non sono così ottimista su quello che resta: mi pare che tutto diventi mediatico...leggero. Io resto un integralista. E bisogna essere quelli che si è, al meglio».

Una copia che vale un sogno: l'aneddoto di Antonio Cabrini
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