Il mio Francesco Totti, emozioni uniche

Nel periodo più complicato e asfissiante della vita (privata), l’ossigeno dei ricordi di chi ne ha accompagnato l’inizio, la crescita, i successi, le delusioni, i tradimenti, il finale
Il mio Francesco Totti, emozioni uniche
5 min
Ugo Trani
TagsTotti

L’arcobaleno nitidissimo nel cielo azzurro di Kaiserslautern e nel periodo più tormentato della sua carriera (chiariamo subito: peggio oggi, ma è vita privata). Proprio pochi giorni fa Francesco Totti, in una delle sue interviste non solo scherzose, ha ricordato quel pomeriggio al sole. Che lui, per la verità, iniziò all’ombra, in panchina e senza sorriso. Unica partita, ottavi di finale, non da titolare delle sette che l’Italia giocò in Germania nel 2006 per conquistare il quarto titolo mondiale a Berlino.  
 
Recentemente ha corretto chi gli ha ricordato l’indimenticabile cucchiaio a van der Sar nell’Arena di Amsterdam per la semifinale di Euro 2000 in Belgio e Olanda. «Il rigore più bello e anche più importante della mia vita è quello contro l’Australia». 

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Precisazione frettolosa e, a sentirlo parlare 16 anni dopo, anche distaccata. Buttata lì, insomma, senza andare a fondo. Non fu così, però, il 26 giugno del 2006 al Fritz Walter Stadion. E per rendersene conto bisogna entrare in camera di Francesco, la mattina della partita. Con Marcello Lippi, perché andò proprio così. «Negli ultimi allenamenti ti ho visto un po’ stanco. Fa caldo, oggi non giochi. Metto Del Piero». Una tranvata, per dirla come è giusto chiamarla. Fin lì non ha perso un inno dall’inizio del torneo, in campo con gli amici Gigi e Rino a cantare. E con Simone, l’altro giallorosso diventato punto fermo della Nazionale. Totti non riesce a capire perché. Fuori nel giorno in cui si presenteranno in tribuna papà Enzo e Ilary. E proprio Lippi ad escluderlo, il ct che ventiquattr’ore dopo l’operazione alla caviglia sinistra si presentò a Villa Stuart per dirgli che lo avrebbe aspettato fino all’ultimo giorno utile per inserirlo tra i convocati per Germania 2006. «Mi servi al mondiale. Hai tre mesi, ce la farai». Il ct cerca di rimetterlo in piedi con qualche frase mirata. Francesco è a pezzi. Ha otto viti e una placca sul suo sinistro: frattura del perone con associata lesione capsulo-legamentosa complessa del collo del piede. Il calcione di Richiard Vanigli, all’inizio di Roma-Empoli del 19 febbraio, è stato fatale. «Eppure avevo avvertito l’arbitro Messina: tre falli assurdi in cinque minuti. Il quarto mi mise ko. Avversario ammonito, troppo tardi però». È in lacrime a terra prima di essere trasportato in clinica con la caviglia scassata. «Me so’ rotto tutto» disse all’amico Vito Scala. L’intervento del professor Mariani fu esemplare. «Ma dopo il mondiale avrebbe dovuto levarsi la placca. Dopo sette mesi. Non si presentò. Aveva paura». Meglio lasciar stare. Anche con la Nazionale. Totti avrebbe lasciato l’azzurro a fine agosto, un mese e mezzo dopo il trionfo di Berlino. Lo disse a quattr’occhi a Roberto Donadoni, il nuovo ct, in un albergo di Milano in zona a San Siro. Più pesanti le critiche in azzurro delle botte in campo.

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Il suo ct è uno. Quello che lo ha escluso nel pomeriggio di Kaiserslautern dopo averlo spinto in Germania. Non può avercela con lui che lo aveva incoronato a priori. Il piano di Marcello adesso sarebbe impossibile. Non lo fu nell’inverno del 2006, quando per caricare psicologicamente Totti si affida a un suo amico toscano: Luciano Spalletti. Sì, proprio Lucio che oggi e per sempre è il Grande Nemico dell’ex capitano. Spalletti si presentò per quattro sere di fila in clinica con lavagna e pennarello. Fece le tre di notte con Francesco. Insieme a scegliere i rinforzi per la nuova stagione. Portieri, difensori, centrocampisti e attaccanti: sfogliano nomi e ruoli per ogni gusto. L’obiettivo: farlo sentire giocatore ora che è steso su un letto e si muove solo con le stampelle.  
«Avete visto, non sono un mezzo giocatore». È l’urlo di Francesco dopo il rigore trasformato contro l’Australia. La strategia del ct, insomma, funzionò. Anche se quello sfogo è ancora impresso nella mente di presenti e telespettatori. Chiamò in causa pubblicamente i giornalisti che lo misero in croce in quell’avventura. Erano finiti nel quaderno dei suoi appunti. Nessun libro nero, non sarà mai il tipo. Ma si è lasciato andare scendendo le scale, accanto all’ascensore a vetri, spostandosi dagli spogliatoi al pullman. «Ho visto giocatori di spalle e altri che guardavano a terra. Solo Totti ha dato la disponibilità» il ricordo di Marcello. Pirlo, lo specialista, scompare. Ma lo incoraggia. «Forza Francesco». Minuto 95, fine recupero. Occhi spalancati verso il portiere, come non faceva mai. Mezza lingua di fuori e non per stanchezza. Destro potente e imprendibile per Mark Schwarzer. È il suo unico gol al mondiale. Pesantissimo come quel pallone che i compagni hanno come ignorato. «Totti, Totti, Totti, Totti, Totti, Totti» all’infinito. È Caressa. In campo mostra il ciuccio che farà il giro del mondo e del mondiale. Il primo ad abbracciarlo è Del Piero, uscito per far spazio a Totti. Dietro ad Alex, Daniele De Rossi che ha tremato al pensiero di un altro cucchiaio. Ma quella è un’altra storia. Scritta sempre con il muso in panchina.


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