Cristiano Ronaldo, il Divo

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Ivan Zazzaroni
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Al Mondiale da disoccupato. Ma libero. Perché il Divo non può sopportare a lungo la seconda fila, il ruolo di comprimario, la panchina sistematica. L’umiliazione. Il Divo è la squadra al servizio dell’individualità, un paradosso ma anche un unicum, ed è padrone (unico) di sé: decide quando, come e dove stare, quando, come e dove rompere. Quando, come e dove andare. E il finale lo vuole sempre spettacolare, clamoroso, indimenticabile. Divisivo. Il finale, non la fine. Dopo aver cercato inutilmente - l’estate scorsa e per settimane - una destinazione eccellente per realizzare la grande fuga (Bayern, Chelsea, Inter, Milan, Roma, Napoli) il Divo - 92 milioni di euro lordi nel 2021, secondo Forbes, un’azienda in super attivo - ha consumato l’uscita traumatica, pianificata da settimane. Avendo sempre curato i particolari, ha scelto anche l’intervistatore, Piers Morgan, ex direttore del Daily Mirror e giudice dei talent show Britain’s Got Talent e America’s Got Talent - in sostanza lo Zazzaroni inglese: mi siano perdonate l’autoironia e la terza persona.

L’avventura inglese del Fenomeno 2 (qualcuno a volte lo confonde con quel bimbone potente e gentile dal sorriso dolce, non metallico come il suo) non poteva che chiudersi così. Con un durissimo attacco al Manchester United nel quale si era affermato e che, grazie a Ferguson e Solskjaer, all’ultimo l’aveva strappato ai nemici del City e al recalcitrante Guardiola. Non è stato lo United a licenziare il Divo, è successo il contrario. Evitando l’armamentario ricattatorio, Ronaldo ha usato la parola tradimento (gli accordi erano stati disattesi, gli interlocutori cambiati) sputtanando addirittura le strutture, l’organizzazione e le dinamiche del club. Che ha reagito come il Divo si aspettava: con la proposta di licenziamento in tronco per giusta causa e l’annuncio di una multa milionaria.

Ronaldo - 818 gol in 1.140 gare complessive - pratica da sempre la rottura per insoddisfazione. Lasciò il Real Madrid per la Juve quando Florentino non gli garantì lo stesso trattamento economico che il Barcellona riconosceva a Leo Messi. All’inizio della quarta stagione in bianconero, convinto che la squadra non potesse più competere per la Champions e comunque garantirgli il giusto fatturato in gol e milioni, ha fatto l’impossibile per andarsene, stressando al massimo Jorge Mendes, col quale i rapporti si erano un filo raffreddati. È innegabile che ten Hag - il tecnico che esibisce volentieri il premio Rinus Michels per darsi un tono - lo abbia provocato come fanno certi killer da spogliatoio attivati dal club. Se mi affidassero la pratica CR7 gli farei vincere una causa milionaria invocando molestie. Parafrasando Fred Allen, potrei dire che Ronaldo porta gli occhiali da sole anche in chiesa per paura che Dio possa riconoscerlo e chiedere un autografo. Ma per arrivare ad essere il Divo, che non vuol dire divino, Cristiano ha saputo coniugare come nessun altro talento (non eccezionale), ambizione (sconfinata) e lavoro. Tanto lavoro.


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