Nella testa di Mourinho

Tahirovic e Majchrzak, 19 e 18 anni, prossimi titolari, Dybala e Pellegrini le guide, la linea a 4 e i recuperi di Abraham e Belotti le altre urgenze: ecco come José reinventa se stesso e la squadra; la sua permanenza è vincolata alle garanzie tecniche che gli saranno date, il club è cosciente anche del grande ruolo mediatico svolto dal tecnico
Nella testa di Mourinho© AS Roma via Getty Images
Ivan Zazzaroni
5 min

Tiago Pinto va da una parte, José Mourinho - per caratura, vocazione, ambizione e programmi inizialmente condivisi con i Friedkin - vorrebbe andare dall’altra. Ma, almeno per ora, si adegua: l’adattamento alle circostanze è una condizione che nella sua lunga e straordinaria carriera non aveva mai sperimentato. Pinto rilascia interviste nelle quali parla nuovamente di crescita progressiva e costante, di progetto, di scadenza medio-lunga: è giovane e alla prima esperienza ad alto livello, ci sta. E Mou, chiamato dagli americani a riportare in tre anni la Roma ai livelli che le competono, vede aumentare gli ostacoli e allungarsi i tempi: l’accordo (l’agreement...) stretto con la Uefa per permettere al club di proseguire l’attività è da tutti considerato il più condizionante e punitivo tra quelli (individuali) perfezionati nei mesi scorsi. L’operatività sul mercato è quasi azzerata, restano puntualmente insoddisfatte le richieste dell’allenatore che fin dal primo giorno aveva individuato - e chiarito internamente - le carenze tecniche e di esperienza del gruppo. La conquista della prima Conference League della storia è stata archiviata alla voce “imprese autentiche”. Insieme all’enorme fascino esercitato dal tecnico, si è rivelata il booster che ha indotto la tifoseria a riempire l’Olimpico anche al di là della più corretta politica del ticketing praticata dagli americani. In sostanza, con diciotto pieni (10mila presenze in più di media a partita rispetto all’ultima stagione pre-Covid) Mourinho si è pagato da solo: i 5,250 milioni a stagione che costa ai Friedkin, effetto dei vantaggi fiscali derivati dal Decreto Crescita, sono insomma rientrati grazie alla passione ritrovata dal popolo romanista.

Per amore o per forza, Mou ha fatto più di un passo indietro: reinventa se stesso e la Roma, cercando di restare il più fedele possibile all’obiettivo massimo. Quando, scherzando ma non troppo, si autodefinisce “allenatore di bambini”, sottolinea il lavoro fatto tanto al presente quanto al futuro su Zalewski, Darboe (prima dell’infortunio), Felix, che ha fruttato 10 milioni, Bove, Volpato e sui prossimi titolari Tahirovic e Jordan Aleksander Majchrzak, il diciottenne attaccante polacco arrivato a settembre dal Legia Varsavia. Nelle prime quindici gare della stagione, affrontate senza Wijnaldum, con un centrocampo impoverito dalle partenze di Mkhitaryan e Veretout, e con Dybala, l’upgrade tecnico, a mezzo servizio, la Roma ha raccolto 27 punti, tre meno di Inter e Lazio e 4 meno della Juve. Non ha giocato un gran calcio (c’erano le condizioni per fare meglio o vogliamo rifugiarci anche noi nella cazzata degli schemi che prescindono dalle caratteristiche degli interpreti?). Ha inoltre sofferto l’incomprensibile crisi di Abraham, l’involuzione di Belotti e in un paio di occasioni è stata punita da un solo tiro in porta degli avversari. In condizioni normali, la Roma che - lo ricordo - non presentava titolari all’ultimo Mondiale, sarebbe intervenuta sul mercato acquistando il difensore centrale che Mou chiede da giugno 2021 (su Aguerd, la sua priorità, non si sbagliava) e un centrocampista rapido, augurandosi il recupero di Wijnaldum, Abraham, Belotti e pregando per la salute di Dybala.

Ma la normalità non fa più parte di questa squadra, al punto che un professionista che ha vinto tutto e vuole vincere ancora, mostra una sensibilità e un aziendalismo fuori dal comune e lontano dal personaggio. Quando dicevo che Mourinho è cambiato non mi sbagliavo: roba da scriverci un libro. Lo Special sta dando una mano alla Roma anche sul piano dell’esposizione mediatica, limitando battute che potrebbero essere interpretate come attacchi alla società. È diventato lo scudo protettivo, e per dirla alla Mourinho, è «spesso costretto a mangiare merda». I Friedkin, che versano mensilmente grosse somme di denaro nelle casse, e Pinto sono pienamente consapevoli della sua importanza. Non a caso nei giorni scorsi hanno negato qualsiasi forma di collaborazione alla federazione portoghese che sognava di avere Mou sulla panchina di una delle nazionali più forti del mondo, un gruppo che vale non meno di un miliardo, se pensiamo a Bernardo Silva, Cancelo, Joao Felix, Bruno Fernandes, Leao, Otavio, Ruben Dias, Vitinha, Nuno Mendes, Guerreiro, Palhinha. Per non parlare dei talenti dell’Under 21. Mourinho non ha mai pensato di lasciare la Roma prima di giugno. Ma non ha intenzione di prendere in giro - riempiendoli di promesse impossibili da mantenere - i tifosi che fin dal primo minuto l’hanno seguito in tutto. Vincola la permanenza nel terzo anno di contratto alle garanzie che gli saranno fornite. Da questo punto di vista i prossimi cinque mesi di Abraham, Ibañez e Zaniolo, i tre giocatori da mercato, risulteranno fondamentali: se a una cessione importante potesse corrispondere l’arrivo di giocatori in grado di alzare la qualità della squadra il prosieguo del rapporto diventerebbe naturale.


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