La missione di Cristiano Ronaldo: salvare sé stesso

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La missione di Cristiano Ronaldo: salvare sé stesso© Getty Images
Marco Evangelisti
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Nella gran possa della sua persona torreggia in mezzo agli arabi che sono andati a prenderlo all’aeroporto. Ma non significa nulla. Gli succedeva sempre anche in Europa di essere il più grosso nella stanza e comunque Cristiano Ronaldo ha sviluppato la capacità messianica e mediatica di guardare tutti dall’alto in basso. Concentrandosi su sé stesso e sulla propria posizione nello spazio si è isolato abbastanza da strizzarsi di dosso ogni goccia di efficienza calcistica, arrivando a livelli di produttività impossibili anche per uomini tecnicamente più dotati di lui.

Continua a farlo. Anche adesso che è arrivato a un mese dai trentotto anni e ha seminato buon grano e zizzania in diversi floridi campi del calcio, conserva l’energia ultraumana di sempre. Giocando preferisce stare dentro l’area, ma in palcoscenico passa da un ruolo all’altro con artistica disinvoltura: salvatore a Torino, figlio prodigo in Inghilterra. E missionario all’Al-Nassr. Accolto da tifosi presumibilmente musulmani al grido di «Cristiano, Cristiano». Straniante. Mi volevano in tanti se non tutti, ha raccontato dal suo universo parallelo, ma io ho deciso che il mio compito in Europa era esaurito ed eccomi qui per cambiare la mentalità delle nuove generazioni.

Ed è tutto perfettamente logico nel sistema di assiomi e conseguenze sciorinato da Ronaldo. Il calcio che si trasforma, Australia, Stati Uniti e persino il vecchio Portogallo pronti a sfruttare l’esempio del maestro, i suoi ampi gesti ieratici. Ma niente di tutto questo era abbastanza lontano, calcisticamente parlando. L’Arabia sì. Terra arida, da dissodare. Però in un mondo che cambia in fretta, un mondo in cui l’Arabia Saudita può mettersi alla cintura lo scalpo dell’Argentina in procinto di diventare campione del mondo.

Ha senso. Solo che di solito i missionari lavorano quasi gratis e Ronaldo incassa duecento milioni all’anno. Condotto per mano a questo filone d’oro non dal solito agente Jorge Mendes, bensì dall’amico Ricky Regufe, specialista in sponsorizzazioni. Mendes era stuzzicato da altri orizzonti. Ma Cristiano questa volta ha lasciato che a decidere fosse una semplice botta di conti. E la sua inquietudine. E una voce vicina al suo affetto quotidiano. È un uomo dietro l’uomo di spettacolo, in fondo. Non deve salvare nessuno, anche se finge di crederci.


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