L’Italia, i gol e quell’eredità

Leggi il commento sul momento degli attaccanti azzurri, a confronto con i bomber stranieri, in vista della corsa al Mondiale 2026
Roberto Beccantini
Roberto Beccantini

4 min

Pubblicato il 25.11.2025, 09:03

Gol cercasi. Comunque. Dovunque. Ne avremo bisogno contro l’Irlanda del Nord, il 26 marzo, per evitare il terzo sfregio consecutivo. Un Mondiale a 48 squadre senza di noi costituirebbe un suicidio d’onore, vista la perseveranza. In principio fu Silvio Piola. E poi Gigi Riva. Oggi, sfiorito Ciro Immobile, siamo aggrappati a Mateo Retegui e ai suoi fratelli. I safari di Erling Haaland e Harry Kane diffondono e dilatano quel senso di smarrimento balistico che continua ad allontanarci dall’idea di «Superuomo» cara a Friedrich Nietzsche. Lungi dallo scomodare il bottino di 143 reti raccolto dal quarantenne Cristiano Ronaldo in 226 partite con il Portogallo; e, già che ci siamo, a debita distanza dagli scalpi magiari di Ferenc Puskas (84 in 85 battute di caccia), il record azzurro appartiene proprio a Riva: 35 in 42 gare. Se la media di 0,83 è alta, molto alta, molto basso rimane, nei secoli, il gruzzolo. 

Storie di bomber

Il centravanti che spacca. Al di là dei «domicili»: Rombo di Tuono, per esempio, abitava all’undici. Facili sono le fotografie, non altrettanto le didascalie. L’invasione degli stranieri, ecco un motivo: dai Gunnar Nordahl del Novecento ai Gonzalo Higuain del Duemila. A ruota, la sentenza Bosman del 15 dicembre 1995, ghigliottina che mozzò i privilegi autoctoni. Né vanno trascurati i calendari, legati - anche - all’implosione di Unione Sovietica e Jugoslavia. I gravi infortuni che lo azzopparono nel 1967 (a Roma con il Portogallo) e nel 1970 (a Vienna con l’Austria) non costarono a Riva che cinque «gettoni». Ripeto: cinque. Ai suoi tempi, i materassi si limitavano a Cipro, Malta e Lussemburgo. Oggi, con tutto il rispetto, si allargano ad Andorra, Gibilterra e San Marino. Una versione caldeggiata dai pulpiti più storicizzati indica la concorrenza interna. E per questo, nel rivisitare l’opulenza dell’età dell’oro, da Roberto Boninsegna a Luca Toni, citati quali confini variabili, non pochi pongono l’accento sui gol che ci saremmo «rubati» tra noi. Tendenza ribadita dall’apporto dei numeri «dieci», cruciale e imponente. Penso ai 33 di Giuseppe Meazza, ai 27 di Roberto Baggio e Alessandro Del Piero. A proposito del Divin Codino: a che nuvole si sarebbe issato se i ferri dei chirurghi non lo avessero frugato in termini così ossessivi? 

Eterno Lewandowski

Eppure dall’alba dei Novanta i cambi di regolamento avevano contribuito ad agevolare sfacciatamente i predatori d’area, in una spirale liberista di annientamento delle autoreti, apertura dei mani-comi e pioggia «varista» di rigorini. Gli irriducibili si aggrappano alla tradizione, vincolata sin dalle radici alla difesa e agli agguati. Meno incline, dunque, a stuzzicare le fregole degli aspiranti cannonieri. Ma dalle lusinghe del catenaccio siamo evasi. E allora? Robert Lewandowski, polacco di 37 anni, ci guarda dal picco dei suoi 88 squilli (in 163 presenze). Scomparsi i rivali più agguerriti - Krzysztof Piatek, Arkadiusz Milik - balla da solo. Può essere un vantaggio, a livello statistico. Il poligono Italia arranca ai piedi del gran lombardo di Cagliari, ritiratosi nel 1976. Più un’eredità è «vuota», più pesa. 

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