Alexis Saelemaekers esclusivo: "Allegri ti cambia la testa"

Da Bologna a Roma passando più volte da Milano: Pioli, Motta, Ranieri, il posto da titolare e la Maxterapia
Ivan Zazzaroni

Pubblicato il 30.01.2026, 07:29

Per andare da Bologna a Roma il calciatore con due dittonghi nel cognome è passato più volte da Milano. Per non essere da meno ho deciso di raggiungerlo tra Roma - domenica scorsa fischi a gogo - e Bologna dove, da protoultrà bolognese, mi auguro che la fischieria non si ripeta. «Mi è dispiaciuto tanto essere accolto così all’Olimpico», ammette, «posso capire i tifosi, ma quando gioco per una squadra non mi risparmio mai, per questo non ho niente da rimproverarmi. Alla Roma ho dato tantissimo e ricevuto tantissimo, in estate abbiamo preso altre strade perché sono maturate alcune situazioni».

Parla come l’ispettore Clouseau, il suo italiano però è sorprendentemente fluido. Saelemaekers è arrivato da noi sei anni fa, ma soltanto da luglio - e nonostante lo scudetto con Pioli - ha ottenuto la residenza al Milan.

In Italia tutto è stabile, fuorché il provvisorio, diceva Prezzolini: Alexis la fase della provvisorietà e dell’incompiutezza l’ha completata con successo. Una grande stagione a Bologna con Thiago Motta, conclusasi con lo storico accesso alla Champions, e una altrettanto straordinaria stagione con Ranieri. «Motta era l’ideale per quel Bologna, per quella squadra», chiarisce, «Ranieri per quella Roma. Immagino che invertendo gli allenatori avrebbero fatto ugualmente bene, ma non ne sarei così sicuro».

Della stagione con Motta che ricordo conservi?
«Posso partire da lontano?».

Dall’Anderlecht?
«A giocare a calcio seriamente ho cominciato a dieci anni, prima solo per strada con mio fratello Jesse, che di anni ne ha dieci più di me. A undici sono entrato nell’Anderlecht, il mio periodo di formazione è stato breve».

Cosa intendi per breve?
«In Belgio curano molto i settori giovanili, quello dell’Anderlecht è il più famoso, ma negli ultimi tempi il Bruges ha fatto progressi enormi».

Sì, ma poi?
«Dai 6 ai 15 anni mai alzare la palla, costruzione da dietro e non importa se da un errore nasce il gol degli altri. Ti insegnano a giocare in tutti i ruoli per comprenderne le difficoltà e le specificità. L’aspetto tecnico prevale su tutto, vincere non interessa a nessuno, formare i giovani è la priorità, è la nostra cultura. Dai 15, 16 anni in avanti si passa alla ricerca del risultato, alla vittoria, ma con alle spalle dei princìpi chiari e assimilati. In quella fase impari a trovare la soluzione quando finisci sotto pressione o quando la partita prende una piega negativa. Anche per questo il calcio belga, per importanza inferiore a quello italiano, sta diventando uno dei mercati più interessanti e frequentati».

Con Allegri sei al primo anno di Università del risultato.
«Lui insegna la cattiveria, quella agonistica, e a mantenere alta la concentrazione. Sempre. Quando invita alla calma è perché vuole che ragioniamo».

Cosa che - secondo lui - non ti riesce sempre, in particolare quando arrivi nell’area avversaria.
Ride. «Fin dal primo giorno si lavora per vincere. Con lui si cresce dal punto di vista mentale perché ti porta a dare il 100 per cento in ogni istante, in ogni occasione e in ogni situazione, anche quando la partita costringe la squadra a subire. Non ha bisogno di spingerci ad abbassarci ad esempio: ci dà gli strumenti per aff rontare tutti i momenti. Chiede di giocare ogni palla perché da ogni palla può nascere qualcosa di importante».

Come a Roma, domenica.
«Come a Roma dove siamo partiti bene ma dopo 15 minuti sono cresciuti tanto loro. A quel punto però sapevamo come comportarci, avevamo l’obiettivo di non prendere gol. Abbiamo sbagliato qualche uscita, molti passaggi, questo sì».

Per dirla alla Max, la partita dura 95 minuti, non 45.
«Ripete spesso che il risultato può dipendere da un solo episodio... Allegri ti cambia la testa».

Anche avere come compagni di corso Modric e Rabiot aiuta parecchio.
«Luka ha vinto tanto sia individualmente sia collettivamente. Ma mostra un’umiltà nel lavoro di tutti i giorni, ti conquista. Adri conosce tutto del calcio italiano e ha una personalità incredibile».

L’anomalia è Leao.
«Come tutti, vive di alti e bassi. Ma non è uno che si risparmia. E poi ha qualità eccezionali».

Il primo a darti fiducia fu Pioli.
«Mi fece giocare con continuità, quell’anno ci divertimmo parecchio... (Pausa). E chi mi lanciò nell’Anderlecht fu Hein Vanhaezebrouck».

Ho letto che quando avevi 19 anni scrissero che eri il nuovo Thomas Meunier.
Sorride. «Tanto nel 3-4-3 quando nel 5-3-2 coprivo tutta la fascia, è il ruolo dove mi trovo meglio».

Torniamo a Motta.
«Un grande lavoratore, possesso, tattica, giocavamo un calcio bellissimo pur non essendo dei fenomeni e abbiamo ottenuto un grande risultato... Anche quando la mattina andavo a fare dei trattamenti lo trovavo già al campo alle 8 e ci restava fino alle 18».

Qual è l’avversario che ti e vi ha messo maggiormente in difficoltà?
«Il Como mi ha colpito. Fa un calcio di possesso che è bellissimo. C’è tanta tecnica. Con le dovute proporzioni, mi ricorda il Barcellona 2010».

Alexis, giocare bene o vincere?
«Vincere. Ci si ricorda solo di chi ha vinto».

A proposito: la nuova generazione belga sarà più fortunata della precedente, che era molto qualitativa ma non ha alzato un solo trofeo? Penso a De Bruyne, Hazard, Tielemans, Witsel, Lukaku.
«Grande Romi... Ma non bastano i grandi calciatori per vincere i titoli. A ogni modo stanno uscendo alcuni giovani molto interessanti, lo stesso De Winter. Koni sta crescendo tanto».

In giro per l’Europa si stanno effettivamente affermando ragazzi molto interessanti.
«Ti faccio alcuni nomi. Diego Moreira dello Stasburgo sta facendo benissimo e ha solo 21 anni, Zeno Debast dello Sporting, un centrale molto forte che esce palla al piede con qualità, Onana dell’Aston Villa, fisicamente dominante, un leader in campo».

Quanto vi ha cambiato il Var? In altre parole, quanto condiziona il comportamento di voi calciatori?
«Oddio... Il Var ha corretto e migliorato alcune decisioni arbitrali, ma non è ancora perfetto. Molti contatti vengono valutati in modo sbagliato al video».

Questo lo sappiamo. Ma spesso ne approfittate.
«Se in area ti senti toccare, il più delle volte non resti in piedi, vai giù. Lo vedi fare agli altri e lo fai anche tu. Talvolta si rimane a terra più a lungo aspettando che venga richiamata l’attenzione dell’arbitro. Non è che in quei momenti stai troppo a pensare...».

Senza un’attenta revisione al Var, apprezzo la sincerità.
«Perché dovrei raccontare delle bugie».

Già, perché?

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