Arbitri, un confronto doveroso e necessario
Questo non è calcio, ho titolato venerdì scorso dopo il rigore assegnato dal Var all’Atalanta per cinque dita sfiorate dal pallone e prima che De Rossi si lamentasse per un altro “rigore da regolamento”: «Penso che possa riguardare anche i miei colleghi: non sappiamo più cosa dire» ha spiegato. «Non sappiamo più cos’è un chiaro errore. Non sappiamo più se dobbiamo calpestare un piede per avere un fallo, o se basta passarci sopra».
Allo sfogo di De Rossi ha fatto seguito ieri quello di Gasperini. L’ho ascoltato mentre assistevo a Bologna-Parma arbitrata da Ghersini da Lissone, nel senso che le decisioni di Collu, tutt’altro che giuste, le ha prese il Var dal centro brianzolo.
Nemico dichiarato dei simulatori, Gasperini ha invitato i colleghi a incontrarsi per riflettere sulla deriva che ha preso il nostro calcio - sottolineo il nostro - e avere un confronto col settore arbitrale.
Gli allenatori non possono cambiare il regolamento ma, essendo tra gli interpreti principali di questo sport e soprattutto quelli che per primi si giocano il posto e talvolta addirittura la carriera, hanno il diritto, oltre che il dovere, di presentare quantomeno delle proposte, dei correttivi, dando un senso compiuto alle lamentele.
Per i nostri arbitri la direzione in due fasi, più teste e qualche video è diventata ormai la regola, al punto che oggi chiedono di essere valutati nel complesso, non più individualmente. Il guaio è che il doppio giudizio ha via via aumentato la confusione creando il disordine interpretativo.
La colpa è anche di chi fa il mio mestiere e getta benzina sul fuoco della polemica, oltre che di tifoserie che pensano esclusivamente al proprio tornaconto, nascondendosi, quando ottengono un vantaggio, dietro lo scudo dei tanti torti subiti in un passato non sempre recente.
Quante volte ci siamo sentiti ripetere frasi del tipo «eh, ma quando l’Inter è stata danneggiata non avete mosso un dito!», «a noi del Napoli fanno pagare lo scudetto, perché col Verona...», «quando noi juventini veniamo derubati è tutto regolare, vero?...».
Potrei andare avanti per mesi, sottolineando anche le urla dei social e le dotte elucubrazioni di tanti ex professionisti (calciatori) e semi (arbitri dismessi) che per un’urgenza di riconoscibilità scaricano puntualmente badilate di merda.
Concludo con un’autocitazione che sarà anche ridicola, ma non capisco perché dovrei cambiare qualche parola per esprimere lo stesso concetto: per attribuire un valore definitivo al Var che tanti errori ha corretto, l’arbitro deve riappropriarsi di ruolo e compiti e capire l’importanza e la volontarietà di un fallo, l’importanza e la volontarietà di un tocco di mano, la forza di un pestone.
Le regole, oltre a essere intelligenti, devono essere interpretabili. Con questo regolamento si è ottenuta l’asetticità della decisione arbitrale e una decisione che pesa su una partita non può essere asettica.
Ai quattro arbitri di campo e ai tre ai video occorre aggiungere una cosa solo apparentemente semplice: il buonsenso della conoscenza.
Gli allenatori si muovano, dunque, gli arbitri ascoltino, la Federazione affronti l’imbarbarimento tecnico del “suo” calcio e la Lega si comporti da sistema.
PS. Per evitare i fuorigioco millimetrici, vedi Laurienté, consiglio ai calciatori di indossare gli scarpini di Palanca: taglia 37.
