Meno impianti e poco attivi: perché lo sport al Sud rende così poco 

Programmi scolastici, accessibilità  al credito e pratica segnano il gap: tutti i dettagli
Giorgio Marota
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La decrescita degli investimenti, le risorse economiche che scarseggiano, l’impiantistica in crisi, la discontinuità dei programmi scolastici, la ridotta accessibilità al credito e la sedentarietà rendono la “Questione Meridionale” un tema urgente per tutto il mondo dello sport, non solo per il calcio. Il Mezzogiorno è infatti ancora il fanalino di coda di un Paese che comincia ad attivarsi in termini di investimenti pubblico-privati e di pratica sportiva, dimenticandosi però di un Sud che non riesce a tenere il passo. La crisi infrastrutturale è uno degli emblemi di questo ritardo. Al Sud, oltre a essere presenti meno stadi e meno palazzetti, c’è infatti un numero doppio di impianti non funzionanti rispetto al Nord; parliamo del 15% contro l’8% su scala nazionale.

Divisioni   

Chi mette i soldi nello sport, sempre più spesso, si allontana da certi territori ad alto rischio. Ma ridurre tutto a una pura questione di business sarebbe un errore. L’analisi dell’indicatore SROI, il Social Return on Investment, cioè il rapporto tra la monetizzazione dei benefici sociali nel tempo in rapporto alle risorse investite per conseguirli, offre una risposta netta in termini di sperequazione: secondo i dati di Sport e Salute, questo indice è pari a 2,3 in Calabria, 2,4 in Basilicata, a 3,4 in Molise e a 3,7 in Sicilia, mentre la media italiana si attesta al 4,5. Alcune regioni superano addirittura quota 5, tra cui la Puglia. Un euro investito nello sport veneto, ad esempio, frutta il doppio (5,07) rispetto allo stesso euro portato in Lucania. Un abisso. Anche nell’utilizzo di fonti rinnovabili per le strutture, quel Sud che abbonda di sole, vento e calore riesce a stare sotto la media italiana: in Calabria soltanto l’8% dei palazzetti è alimentato in modo “green”, contro l’11% su base nazionale. Dalla Campania in giù, solo nel 2024, sono stati attivati 160 progetti contro i 176 del Centro e i 254 del Nord. La conseguenza di questa rincorsa continua è un investimento pro-capite inversamente proporzionale: se nel Settentrione è di 31 euro e 60 centesimi per ciascun abitante, al Centro scende a 29 e 70 e al Sud precipita a 19 e 50.

Attività   

Dicevamo poi della pratica: nei giorni scorsi la società dello Stato che si occupa di salute promuovendo i corretti stili di vita ha annunciato il dato record di 38 milioni di cittadini che hanno inserito l’attività motoria nella propria agenda, con un milione di “sportivi” in più rispetto all’anno precedente e la riduzione degli inattivi al 33,2%. Si tratta di un incremento significativo per un Paese che fino a pochi anni fa occupava gli ultimi posti della classifica delle nazioni più sedentarie d’Europa. «Sono dati incoraggianti, ma c’è ancora molto da fare», ha dichiarato il ministro per lo Sport, Andrea Abodi. «Le barriere da abbattere sono il costo dell’attività sportiva e quello di gestione degli impianti», ha aggiunto il presidente di Sport e Salute, Mezzaroma. I picchi di sedentarietà al Sud sono però ancora piuttosto alti, per questioni economiche (gli stipendi sono più bassi e per molte famiglie fare sport diventa un lusso) ma anche per quelle strutturali; meno campi e meno palestre significano meno opportunità di movimento. Se in Italia un terzo delle persone non si muove, al Sud siamo a uno su due. In Puglia e in Sicilia non fanno sport il 46,5% dei cittadini, la Basilicata sfiora il 47% di sedentarietà e la Calabria è addirittura al 54,4%. Come se non bastasse, la media nazionale di bambini obesi è al 9,8%, mentre nel Meridione schizza più in alto: la Sicilia è al 13,3%, la Basilicata al 14%, la Puglia al 14,4%, la Calabria al 15,5%, il Molise al 16,1% e la Campania al 18,6%, il doppio. 

 

 

 


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