Messi, i tempi della storia
Il gol numero uno fu costretto a segnarlo a due volte. Era il primo maggio del 2005. Barcellona-Albacete. Ultime giornate di un campionato dominato. In panchina c’era Frank Rijkaard. Lo fece entrare al minuto 88 in sostituzione di Samuel Eto’o. Il Camp Nou era elettrizzato, come sempre accade quando si percepisce che sta passando la storia. In due minuti, la Pulce segnò due gol in fotocopia. Assist con scucchiaiata di Ronaldinho e lui che non volle essere da meno e superò il portiere con un pallonetto. Il primo glielo annullarono per un fuorigioco che oggi col Var non sarebbe stato fuorigioco. Il secondo fu quello buono. Messi non aveva ancora compiuto diciotto anni. Anche se per tutti era il predestinato. Ventuno anni dopo, Leo ha segnato il gol numero novecento. Nel ritorno degli ottavi di finale della Champions americana tra il suo Inter Miami e il Nashville, città che richiama tempi lontani del cinema. Anche in questo caso, l’attesa è durata poco. Ha impiegato sette minuti. Ha segnato di sinistro, stavolta rasoterra. L’assist non è stato di Ronaldinho ma di Reguilón, esterno sinistro - ironia della storte - scuola Real Madrid. Una rasoiata che è passata tra le gambe del difensore e ha superato il portiere. Un gol calcisticamente inutile visto che il Nashville ha pareggiato e l’Inter Miami è stata eliminata per la regola dei gol segnati in trasferta (che da quelle parti è ancora valida). Ma la notizia è il gol novecento di Messi. È lui che detta i tempi della storia.
Le magie di Messi
Impossibile stilare una classifica dei più belli. Resta nella storia l’esultanza al Bernabeu nel 2017 per la rete che in pieno recupero decise il Clasico: si mise in posa esibendo la camiseta del Barça in casa del nemi co. Fu il gol numero cinquecento. Indimenticabile il suo modo silenzioso di chiamare palla: alzando un braccio. Era il segnale. Era pronto. E d’incanto il pallone gli arrivava al piede. E partiva la danza. Messi ha incarnato il calcio. E ha esibito tempi teatrali per dimostrare a tanti, se non a tutti, che non avevano mai capito nulla di lui. Ha subito per anni, in silenzio, il fantasma di Maradona. Ha convissuto con lui. E con le critiche per il suo carattere che agli occhi dei miopi era troppo arrendevole. Nel frattempo, dopo a ver scritto la storia, è andato via da Barcellona. È stato triste nel Psg globetrotter. E, come Buffalo Bill, tra la vita e la morte ha scelto l’America. Con la maglia da pantera rosa degli Inter Miami. Fino all’incontro con un uomo chiamato Scaloni che ne ha silenziosamente guidato la trasfigurazione al Mondiale in Qatar. Messi spigoloso come non era mai stato. Basta Mirò. Ha tirato fuori il Picasso che aveva dentro. Non più solo l’inarrivabile artista col suo piede sinistro. Un leader. Un condottiero. Un attaccabrighe. Memorabile il "que miras, bobò?” (che guardi, scemo) rivolto all’olandese Weghorst dopo la vittoria ai rigori nei quarti di finale. Ora ha tagliato un altro traguardo. Meglio non fare previsioni con lui. Non sai mai cosa aspettarti da Lionel Messi.
