Perdenti seriali e bad loser
Ci stiamo avvicinando alla settimana più importante dell’anno, quella che può regalarci l’illusione di essere ancora recuperabili oppure confermare brutalmente la nostra assoluta mediocrità. Le coppe - la Champions in particolare - una bella mazzata ce l’hanno assestata. Non abbiamo una sola squadra ai quarti e non ci consola il fatto che anche la Premier miliardaria ne abbia perse per strada quattro su sei: Chelsea, Manchester City, Newcastle e Tottenham.
Il campo ha stabilito una volta per tutte che la contrapposizione molto mediatica tra giochisti e risultatisti è una cazzata abnorme perché tutti gli allenatori sono fondamentalmente dei risultatisti: l’obiettivo finale è sempre vincere. La differenza risiede nella metodologia: i primi credono che un bel gioco aumenti le probabilità di successo, i secondi si concentrano sulla solidità difensiva e sulla gestione dei momenti della partita.
Sono da sempre convinto che la strategia dipenda dalla qualità dei giocatori: l’allenatore con una rosa omogenea e tecnicamente dotata privilegerà la proposta, quello con risorse limitate si coprirà di più. Il calcio sta evolvendo verso un approccio ibrido dove l’intensità e la capacità di adattamento prevalgono sulle ideologie.
I tempi attuali non sono solo mediatici e virtuali, ma anche subdoli perché fanno dell’estremizzazione del dubbio una filosofia, dell’opinione personale una divinità, dell’egocentrismo un totem.
C’è chi allena per mettere in pratica le proprie idee e soddisfare il proprio ego (gli “ego coach”, Guardiola, Luis Enrique, Xabi Alonso) e chi invece cerca di far rendere al massimo il gruppo a disposizione (Mourinho, Allegri, Ancelotti, Gasperini, Emery). Alcuni allenatori ritenuti supervincenti sono in realtà dei perdenti seriali. Non fatemi fare i nomi: arrivateci da soli.
Trascurando le tempeste ormonali di alcuni ex calciatori “guruizzatisi”, ricordo che nel calcio la vittoria porta una chiarezza abbagliante, mette in moto gli ingranaggi, alimenta l’entusiasmo, conferisce un’aura di genio a tutti i soggetti coinvolti. La vittoria alimenta una narrazione che spesso nasconde crepe strutturali (problemi finanziari, rosa mal costruita, divergenze tra dirigenti), mentre la sconfitta richiede un colpevole immediato.
L’allenatore moderno di una big accetta l’incarico con la piena consapevolezza di essere uno strumento narrativo, un pulsante di reset da premere quando le cose si mettono male, un sacrificio che permette a tutti gli altri di vagheggiare la svolta. Non si possono cambiare i proprietari e non si può vendere un’intera rosa. Quindi lo scopo dell’allenatore è essenzialmente quello di non essere licenziato: sa di essere responsabile di cose di cui non lo è del tutto, di essere immediatamente sacrificabile e di fornire l’illusione di una soluzione semplice dove non ce n’è. Il licenziamento fa parte del piano di carriera e del pacchetto retributivo: si viene strapagati per accettare di risultare i responsabili unici di colpe collettive. In sintesi, la struttura del calcio moderno trasforma l’allenatore in un bene di rapido consumo, azzerabile per proteggere il valore del club (la proprietà) e l’investimento sugli asset a lungo termine (i giocatori).
Adottando un punto di vista pratico, si potrebbe sostenere che Spalletti esaurirebbe il suo scopo centrando l’accesso alla Champions (un tempo la Juve quasi non festeggiava gli scudetti, mentre oggi è ritenuto un trionfo il posto in CL). Lo stesso dicasi di Allegri, che col Milan ha 13 punti in più dell’anno scorso e da ieri sera è al terzo posto anziché al nono.
I tifosi alfabetizzati sono poco sensibili a giochisti, algoritmi, sognatori e visionari, a chi dice «la missione è regalare emozioni ai tifosi rendendo razionale la cosa più irrazionale, il calcio». Anche inconsapevolmente preferiscono i “bad loser”, gente che possiede il dna della vittoria, antipatica per elezione.
