Manca solo il calcio
Manca solo il calcio. Manca lo sport più popolare (e impopolare) del Paese.
Manca una parte della nostra storia, manca quello che un tempo era considerato il movimento leader, trascinante: è come se gli si fossero seccate le radici. Per fortuna non mancano soddisfazioni della stessa natura, ma d’altro genere. Che tuttavia non ci bastano: a questo punto vogliamo tutto.
Domani la Nazionale di Gattuso ha la possibilità di rendere indimenticabile il mese di marzo (anche) sul piano sportivo. È una grossa responsabilità, un ulteriore stimolo. Sono, questi, i giorni di Kimi Antonelli, al secondo, strepitoso trionfo consecutivo in F1, e continuano a essere quelli di Jannik Sinner; nelle moto Bezzecchi, Di Giannantonio e Bagnaia sono sempre più protagonisti e insomma l’Italia si conferma uno straordinario produttore di talenti. Perché anche Brignone, Goggia, Pirovano, Paolini, Musetti, Egonu, Ferrari, Tamberi, Fontana, Santambrogio, Paltrinieri, Menoncello e i tanti che non ho citato sono italianissimi e vincenti.
Nel calcio ripetiamo da anni che non riusciamo a esprimere più fenomeni come Baggio, Totti, Del Piero, Nesta, Maldini, Mancini, Baresi, Pirlo e allora affermo una volta di più che non sono i talenti a mancare, ma i dirigenti, i formatori, gli allenatori e probabilmente anche i media che lo raccontano male.
Niente è più comune, nel nostro calcio, di un potenziale sprecato. Un risultato a Zenica non sarebbe sufficiente a rimediare a tutte le pecche del settore, però è da lì che si può ripartire, possibilmente cambiando qualcuno. Oppure stravolgendo un modus operandi che - è dimostrato - non funziona.
Per Hubbard, e non solo, c’è qualcosa di molto più prezioso, raffinato e raro del talento. È il talento di riconoscere le persone di talento.
