Anatomia del fallimento: il calcio alla rovescia

Leggi il commento del direttore del Corriere dello Sport-Stadio allo squilibrio tra calciatori italiani e stranieri che vive il nostro campionato
Ivan Zazzaroni
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Le rivoluzioni non si fanno in un giorno, da noi nemmeno in dieci anni. Segnatevi questa: se nel 2028 faremo male anche agli Europei chiederemo a gran voce la testa del presidente federale e il titolo “Tutti a casa” verrà riproposto con identico disgusto. Non si cambia in un giorno, dicevo. Fa comunque impressione verificare che nella prima giornata post-fallimento mondiale, il terzo di fila, la serie A abbia presentato dall’inizio 64 italiani e 156 stranieri, ovvero il 29,1% contro un impressionante 70,9% (molte le pippe al sugo). Le cose sono migliorate di poco con le sostituzioni e alla fine abbiamo contato 92 italiani e 222 strangers in the night. La nostra notte.
Soltanto quando riusciremo a capovolgere la situazione, invertendo i numeri e ottenendo un rapporto percentuale “alla spagnola”, potremo dire di aver ritrovato il calcio italiano.
Mi fanno ridere quelli che indicano questo o quell’allenatore per il ruolo di ct: ci vogliono i giocatori bravi, non i tecnici top. Perché è verissimo che non facciamo giocare i nostri, ma lo è altrettanto che all’estero non si strappano i capelli per comprare italiani.
Spalletti invoca un obbligo federale solo perché non siamo capaci di farne a meno per investire autonomamente sui giovani, provando possibilmente a non arricchirli a diciotto, vent’anni anni con le lusinghe degli agenti e contratti milionari.


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