Allenava giocatori, cresceva persone: addio a Mircea Lucescu
Come si fa a considerare Mircea Lucescu uno straniero. È uno di noi. Con noi è rimasto a lungo, più volte, prendendo qualcosa di noi e cedendo parecchio a noi. Nazionalità ufficiale rumena, non era tipo da restare rinchiuso in un passaporto. Prende congedo a 80 anni, lasciando se stesso dove ha sempre vissuto e insegnato, su un campo di calcio. L’ultimo colpo d’ala, l’ultimo respiro consapevole, alla fine della partita mondiale persa da Ct della Romania con la Turchia. Non stava per niente bene, ma aveva preteso di esserci. Il malore, un infarto, il coma farmacologico e via dicendo. Addio Mircea, signore dei signori.
Lo saluta e lo rimpiange il mondo intero, perché se sulla faccia di questa terra è passato un vero cittadino del mondo, questi è Lucescu. Certo non il solo, certo tra i più aperti, liberi, intelligenti. Così l’abbiamo conosciuto all’inizio, la prima volta in Italia, nel 1990, anno delle notti magiche, lui al Pisa. Così è rimasto sempre, lucido e riflessivo, autoironico e arguto, nei momenti d’oro e nei momenti neri del naufragio, meglio detti esoneri. Un vero emulo di Kipling, il Kipling che insegna a trattare nello stesso modo, con debito distacco, i due grandi bugiardi della vita, successo e fallimento.
Adesso è tutto un ricomporre analiticamente e statisticamente una carriera sterminata, lunga e soprattutto piena zeppa di cambiamenti, zigzagando da un posto all’altro, andando e tornando, l’Italia di Brescia, della Reggiana e poi dell’Inter, la nazionale rumena, i club rumeni, la Turchia, l’Ucraina.
Contabilmente, risultano 8 titoli da calciatore e poi 37 da allenatore (3 internazionali), bottino quest’ultimo che lo piazza al terzo posto nella classifica dei tecnici più titolati, dopo Alex Ferguson (49) e Pep Guardiola (41), non proprio gente impedita.
Ma di una storia così lunga e così movimentata, così incessantemente vissuta, è possibile solo pescare a piacimento per fotogrammi. Sopra tutti gli altri, c’è il Lucescu che parla sei lingue straniere sin da quando fa il calciatore, da giovane, nella prima vita: va sul posto e subito assorbe la cultura, le abitudini e dunque anche il modo di parlare, studiando e rispettando la novità. Inglese, portoghese, spagnolo, italiano, francese, russo. Da tecnico insegna sul campo, ma più ancora fuori dal campo, come tanti dei suoi giocatori amano ricordare. Nel tempo libero si pone da concorrente al biliardo, alle carte e alla play station, proponendo ai ragazzi di andare a teatro, leggere libri, iscriversi all’università. Allena giocatori, cresce persone.
Mai una vita in discesa, comunque, la sua. Sa apprezzare il benessere della professione, la bellezza e il piacere, ma sa anche affrontare certe prove con tenacia stoica. Nel 2009 gli tocca un primo infarto, lo salvano con un intervento d’urgenza in un ospedale di Donetsk. Nel 2012 va a sbattere contro un tram a Bucarest, resta seriamente ferito e poi per fortuna supera. Nel 2022, alla guida della Dinamo Kiev, cioè mani e piedi dentro l’alveare, dopo aver battuto il Fenerbahçe a casa sua in un turno di Champions, si rifiuta di partecipare alla conferenza stampa per prendere posizione contro i tifosi locali, protagonisti durante la partita di cori per l’idolo Putin...
L’anno dopo decide di dire addio alla panchina, una volta per tutte, in un luogo e in un momento tremendamente cupi. Ma quando è il suo Paese, nel 2024, a chiedergli di riprendere in mano la nazionale, il saggio Mircea torna come un Cincinnato post-moderno, obbedendo al senso della nazione e del popolo. Non sta per niente bene, dovrebbe evitare gli stress più acuti, ma che Cincinnato sarebbe se desse retta a queste faccende così piccole e personali. La scelta, alla fine, gli risulterà fatale. Perderà l’ultima partita con la Turchia, perderà la vita. Non perderà mai la vera ammirazione di chi l’ha conosciuto e l’ha saputo distinguere tra tanti. Qui in Italia sicuramente. Mircea, uno di noi, sempre.
