Il problema arbitri e la loro autonomia: l’intervento dell’esperto sulla Federcalcio
Il modus operandi ricorda, tristemente, quanto accaduto nel 2006. In quella circostanza fu accertato, in tutte le sedi, che una cupola, composta dai massimi dirigenti dei principali club di Serie A, condizionasse il sistema arbitrale. Il Presidente dell’AIA, Tullio Lanese, i designatori, Bergamo e Pairetto, il direttore di gara selezionato a rappresentare l’Italia al Mondiale tedesco, assistenti e osservatori arbitrali vennero inibiti, con squalifiche di lunga durata. Oggi, a vent’anni (macabra ricorrenza) dal più grave scandalo che la storia sportiva ricordi, esplode una nuova indagine, condotta dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, che è immediatamente finita sotto la lente di ingrandimento del Procuratore Federale della FIGC, Giuseppe Chinè, molto attento al fenomeno. Alcuni episodi, già ritenuti irrilevanti dall’organo dell’accusa sportiva (l’incursione di Rocchi in sala VAR, durante Udinese-Parma), con relativa archiviazione, avallata anche dalla Superprocura Coni, altri, invece, mai valutati prima (designazioni di arbitri per gare di Serie A e B, non ispirate a criteri meritocratici), del tutto inediti, verranno scrutinati e passati al setaccio al fine di comprenderne l’eventuale rilevanza disciplinare.
Ruoli, confini tra i vari ruoli, limiti e poteri dell’organo tecnico, effettivi sconfinamenti e possibili condizionamenti rappresentano, verosimilmente, il cuore della nuova indagine che Chinè svolgerà, senza indugio e senza sconti. Se ci saranno elementi ulteriori rispetto al quadro, abbastanza chiaro, relativo al blitz che portò il VAR Paterna a interfacciarsi con il designatore dietro al vetro di Lissone, seguiranno i deferimenti. Qualora la Commissione arbitrale avesse scelto fischietti apprezzati e scartato altri sgraditi ai club, episodi mai trattati in precedenza dalla Procura Federale, la giustizia sportiva agirebbe con la massima celerità, prendendo i conseguenti provvedimenti, leggasi deferimenti. Sessanta giorni, prorogabili, al massimo, di altri sessanta, per chiudere il fascicolo e comunicare le determinazioni finali dell’autorità inquirente federale in merito. Occorre sottolineare come di dirigenti societari, tesserati e/o dipendenti manchi, oggi, ogni traccia nel fascicolo del Sostituto Procuratore della Repubblica di Milano, Maurizio Ascione. Pertanto, allo stato, non sono ipotizzabili conseguenze per squadre, presidenti e legali rappresentanti, né a livello penale né a livello sportivo, anche se, in caso di accertamento di un illecito sportivo, è sufficiente che l’alterazione della fisiologia della competizione sia tentata, non serve la consumazione, con sanzioni pesantissime (gli associati AIA sono avvisati) a carico dei contravventori.
Il procedimento penale seguirà il suo corso, Rocchi e Gervasoni sono già stati convocati per rendere l’interrogatorio (parleranno o si avvarranno della facoltà di non rispondere?), ma i tempi sono più dilata ti al confronto di quelli endofederali: la Procura di Milano, infatti, avrà un anno per concludere le proprie attività, prorogabili per pari periodo, e ne attendiamo, con fiducia, gli esiti. La giustizia sportiva, lo sappiamo bene, è autonoma e non si appiattisce sulle risultanze dell’autorità giudiziaria penale, disponendo di altri strumenti, alcuni molto incisivi. Mi riferisco al fatto che i tesserati, secondo il Codice giustizia FIGC, sono tenuti a rispondere e non possono rifiutarsi di sottoporsi al confronto con la Procura Federale e scegliere il silenzio. Inoltre, per disporre il deferimento, così come per irrogare sanzioni, l’accertamento dei fatti deve rispondere al principio del ragionevole grado di probabilità che l’illecito sia stato commesso dai responsabili, senza necessità di raggiungere l’assoluta certezza. Nulla a che vedere la condanna “oltre ragionevole dubbio” che i Tribunali ordinari possono irrogare solo in presenza di una univocità di elementi da cui si ricavi la colpevolezza dei soggetti coinvolti. In un contesto, come quello attuale, la figura dell’arbitro, quello in campo, ma anche quello che lo designa, al pari di quello che dirige l’associazione, composta da oltre 33.000 iscritti, sta attraversando il periodo più buio della sua storia.
Con il Presidente Zappi, a rischio decadenza se oggi il Collegio di Garanzia dello Sport ne confermasse lo stop, autosospesi Rocchi e Gervasoni, altri associati iscritti nel registro degli indagati, le, ormai ex, giacchette nere si trovano nella condizione peggiore per proporsi, ma ance essere percepiti, come i garanti delle regole, i tutori della legalità e gli amministratori della giustizia sul terreno di gioco. Terzietà, indipendenza, imparzialità ed equidistanza mal si conciliano, uso un eufemismo, con la morra cinese in sala VAR, i codici convenzionali, criptati e silenziosi, per intervenire sulle decisioni tecniche da prendere a Lissone. Lealtà, probità e correttezza, capisaldi di qualsiasi ordinamento, anche quello arbitrale, sono state messe in fortissima discussione, e da tempo, a causa di comportamenti davvero difficili da spiegare ai tifosi, veri azionisti del pallone. Il commissariamento, ad acta però, del solo settore arbitrale, sembra essere la strada obbligata per rifondare una componente nevralgica che, dopo le vicende di “Sandokan”, il Procuratore arbitrale Rosario D’Onofrio condannato nell’ambito di un’indagine su un maxi traffico internazionale di droga, il quale svolgeva, nel periodo del lock-down, le sue funzioni di requirente degli arbitri mentre si trovava agli arresti domiciliari, non ha trovato pace. Commissariamento che, invece, regolamenti alla mano, non riguarda, né può riguardare, la Figc, posto il chiaro, tassativo e rigoroso dettat o dell’art. 7, comma 5, dello Statuto Coni.
I margini di tale intervento, riservato in capo all’Ente pubblico, sovraordinato rispetto alle singole federazioni, sono, infatti previsti dalla norma unicamente in situazioni di accertate gravi irregolarità nella gestione o di gravi violazioni dell’ordinamento sportivo da parte degli organi direttivi ovvero in caso di constatata impossibilità di funzionamento dei medesimi. Non è il caso di specie, appare fin troppo evidente, risultando, quindi, insussistenti i presupposti per l’adozione di siffatta misura. Ancora meno praticabile, oltre che controproducente e foriera di interventi da parte della FIFA che potrebbero portare persino all’esclusione delle nostre nazionali dalle competizioni continentali e mondiali, si rivela l’ipotesi di un commissariamento federale adottato per mano del legislatore o decisione della politica. Lo sport è e deve rimanere autonomo.
