Cinema Beccalossi, Evaristo era spettacolo
Quando se ne va uno come il Becca, di quella specie che per un dribbling o un colpo di tacco venderebbe l’anima a Belzebù senza tirare sul prezzo, non è un bel giorno per nessuno. Tanto meno per chi ama davvero il calcio, non come espressione geometrica con tanto di diagonali e densità negli spazi, ma proprio come semplice espressione artistica, del cuore e del sentimento, secondo ispirazione del momento. Non è un bel giorno per nessuno sapere che il Becca se ne va a 69 anni, età che può essere ancora più giovane dei 40 o dei 50, se solo lo spirito sia ancora vigile e in gamba. Quello di Evaristo Scusate Se Insisto, slogan che con leggerezza autoironica gli piaceva citare in tutte le situazioni, era uno spirito bambino fino a un anno fa, fino a quella crudeltà del destino che gli ha spento l’età dell’innocenza con una feroce emorragia cerebrale.
La poesia della vita davanti al gelido calcolo del cinismo mondano
Un anno di tormenti e di speranze, di discese ardite e di risalite, fino alla resa definitiva, ma mi scuso in anticipo se la dico come la penso, dopo tutto meglio saperlo libero e leggero nei campi celesti che crivellato di aghi e torturato di fisioterapie per essere soltanto un Becca a metà, per modo di dire. Se la prenda il cielo quest’anima spensierata, che ha saputo sempre mettere davanti la poesia della vita al gelido calcolo del cinismo mondano. Una volta riuscì a sbagliare due rigori in sette minuti, partita di Coppa delle Coppe (nonna dell’Europa League, lo dico per chi non c’era) contro lo Slovan Bratislava, niente di che se raffrontati ai rigori che invece segnava sempre, comunque non ne fece mai una tragedia e anzi riuscì a calarsi volentieri nella satira di Paolo Rossi, uno dei pochi interisti che non faccia ogni volta lo snob, in una gag teatrale di livello memorabile. Stava al gioco, Evaristo, in campo e poi fuori, quando diventava opinionista televisivo, ovviamente solo in televisioni e canali medio-defilati, perchè ai massimi livelli nazionali preferiscono di gran lunga lo sferragliare di cervici del ruggente Lelismo, movimento criptico-futurista fondato dal neo-guru Adani (?).
Altobelli piange Beccalossi: "Non è morto lui, il morto sono io"
Come tutti i saggi venuti su dal niente, il Becca sapeva dare il giusto peso alle cose, prendeva tutto seriamente senza prendere niente seriosamente sul serio, giocando di finte e di veroniche, sul prato verde e ai tavoli delle osterie che gli garbava sempre bazzicare. Non era prototipo da Terrazze Sentimento o anche solo da galà cerimoniosi, era da rapporti umani genuini e da fette di salame tirando tardi la sera. Non a caso, tra tutte le stucchevoli dichiarazioni a macchinetta del genere come lo conoscevo io non lo conosceva nessuno, ne tirerei fuori solo una, salita dal profondo del cuore, da amico vero e sincero, rimasto con lui prima, nelle stagioni dorate della gloria interista, ma soprattutto dopo, nella cupa stagione della sofferenza e della mezza assenza. È quel toccante Altobelli che dal Kuwait dov’era in viaggio, pensando all’amico ormai inerme, pronuncia pochissime parole, le più belle di tutte: «Non è morto lui, il morto sono io».
Becca sapeva voler bene
Sapeva voler bene e sapeva farsi voler bene, il Becca. Questa la verità, ragazzi. E voi millennials, che vi state sorbendo le tre eliminazioni dal Mondiale, in una frana di ridicole figuracce, ma soprattutto vi sorbite questi fenomeni fenomenali solo dal parrucchiere e dal tatuatore, voi davvero non sapete cosa vi siete persi perdendovi le epopee dei Becca, lui e quelli come lui, gente che ancora aveva il gusto di giocare per giocare, di inventare, di divertire divertendosi, a costo di rientrare una volta in meno, di allenarsi una volta in meno, di obbedire una volta in meno. Adesso quello del Becca sarebbe un calcio eretico e scapestrato, quasi insolente, altro che corsa e fisico, lui solo luce e improvvisazione. Ma è grazie al Becca e a quelli come il Becca che qualcosa di impensabile e di imprevedibile succedeva durante le partite, altro che possesso palla, passaggio laterale e portiere primo regista. Magari non era quella la perfezione, anzi era il sublime dell’imperfezione e dell’improvvisazione.
Fine dell'epopea
Ma cascasse il mondo se non era maledettamente più spassoso. Era ancora il regno della sorpresa, della meraviglia, dello stupore. Era il Becca, era il gioco del Becca e di quelli come lui. Mezz’ora senza vederli, e poi il lampo abbagliante del talento, che da solo valeva il prezzo del biglietto. Era un altro tempo. Era un altro mondo. Quando luci a San Siro non era solo un modo di dire. Fine dell’epopea, il Becca non c’è più, è forse l’ultimo di quella combriccola stramba. Quanta malinconia. L’ultimo, lui, si ricordi di spegnere la luce e chiudere la porta.
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