Intervista a Cabrini: "I ragazzi non possono scimmiottare City o Barcellona"
«Un flash dalla mia carriera? Il primo contratto con la Juve. Avevo diciotto anni, mi chiama il presidente Giampiero Boniperti. Mi dice: “Ragazzino vieni qui”. Mi mostra una foto, era il Torino di Zaccarelli, Pulici, Claudio Sala, Graziani. “Sappi una cosa: tu sei qui per vincere. Arrivare secondi per noi è un fallimento. E mai dopo questi». Antonio Cabrini sorride. E dà una sistemata al bavero della giacca. Alla Juve ha vinto tutto, scudetti, sei, coppe nazionali e internazionali. In nazionale ha sollevato la Coppa del Mondo al Bernabeu. «E conservo ancora il record di gol per un difensore, 9», dice con un filo d’orgoglio. Ma l’uomo sa di saggezza, antica e mai fuori luogo. Nel corso del colloquio, durante il festival letterario SanluriLegge, centro laborioso che ha dato i Natali anche a Massimo Cellino e Renato Soru, inventore di Tiscali e presidente della Regione, ed è guidato da Alberto Urpi, pare di rovistare nella macchina del tempo. Cabrini ha pacatezza e senso critico. I ricordi sono in bianconero, le emozioni a colori. Classe ’57, figlio di Vittorio, agricoltore, e Graziella, casalinga: «Mio padre era certo che gli avrei dato una mano. Quando ho superato il provino con la Cremonese, ha chiamato il presidente Luzzara: “Tieni fuori mio figlio, due braccia mi servono”. Luzzara, per fortuna gli disse che mi avrebbe tenuto». La storia siamo noi, canta Francesco De Gregori. Quella di Cabrini sa di buono. E dà l’esempio. Tanto che si coglie, da uno degli esterni più forti della storia del calcio mondiale, un sommesso urlo di dolore.
Antonio, togliamoci il dente: l’Italia fuori dai Mondiali per la terza volta. Cosa succede?
«Va detto che la situazione difficile non è maturata negli ultimi anni ma nasce prima. Siamo usciti ai gironi sia in Sudafrica nel 2010, sia in Brasile nel 2014. La crisi è strutturale e ha tanti fattori. Ad esempio, tra i primi, metto una brutta gestione, l’abbandono dei settori giovanili, la mutazione del calcio giocato, la corsa poco ragionata alle plusvalenze. Parte anche da qui l’impoverimento e la frenata dei talenti che meritavano di emergere».
L’Italia di Gattuso...
«Smettiamola, non ha colpe. Il calcio italiano è questo, se rimani a casa contro la Bosnia di Dzeko anche con Berardi o Zaniolo poco sarebbe cambiato».
Da dove si parte?
«Vanno individuati con cura e rigore gli errori. Ma se non si riesce a far fare il salto di qualità ai migliori significa che non si lavora bene. In Italia i talenti ci sono, ma se non si cambia la metodologia d’allenamento non se ne viene fuori».
L’occasione è buona per ripartire: con Malagò o Abete?
«Andiamo oltre, anche perché mi sa che comanderebbero sempre i presidenti della serie A: le 70 partite a stagione, i mancati stage per la nazionale, dicono che domina il denaro delle tv e delle pubblicità. Della Nazionale importa poco o nulla, magari solo a parole. Tutti pensano al business».
Per i giovani cosa serve?
«A dodici anni devono avere un istruttore che gli faccia fare tanta palla, piatto destro e sinistro al muro e stop, dribbling e tiro dieci ore a settimana. Non un allenatore che vuol farli scimmiottare il City o il Barcellona. È apprezzabile la premialità per chi fa giocare i ragazzini del proprio vivaio».
Parliamo di filosofia e di mentalità. Cosa va abolito?
«Se davo una palla indietro a Zoff lo stadio fischiava. Adesso il portiere tocca 40 palloni a partita e un centravanti 15. Di recente ho assistito a una partita della categoria Esordienti: un’aletta, dotata tecnicamente, ha dribblato quattro avversari, dopo il primo l’allenatore gli ha urlato “passala”, poi ha messo a sedere il portiere e segnato. Il tecnico l’ha sostituito. E gli ha detto che la squadra viene sempre prima. Ma si può?»
Eppure l’Under 21 qualche segnale l’ha dato.
«Sì, fanno bene a livello internazionale poi stanno in panchina nei club. E così si smarriscono anche quelli forti».
Scudetto all’Inter. Sorpreso?
«No, più continui e con una rosa più quadrata del Napoli».
Sulla fascia gioca Di Marco...
«Bel giocatore, ma senza paragoni. Appena c’è uno che va bene da esterno mi chiamate. Palestra? Lasciatelo crescere».
La sua Juve e quella di oggi?
«Altra domanda, prego. Ma di sicuro non è colpa di Spalletti. Parlare della mia Juve significa entrare in mondi diversi da quelli attuali. Altro spirito, altri tempi. Il calcio è cambiato e i dirigenti pure: io firmavo in bianco con Boniperti ogni anno. E quando mi sono fermato per il crociato mi ha portato l’assegno in ospedale. Eppure, nessuno sapeva se mi sarei ripreso».
Peschiamo dai ricordi: quali giocatori sono stati le bestie nere?
«Daniel Bertoni e Chierico, per colpa di Bruno Conti che veniva marcato da Gentile. Ma Claudio lo asfissiava e dopo un quarto d’ora passava dalla mia parte e mandava Chierico da Gentile».
Parliamo del più forte?
«Tutti dicono Platini. Vero. Ma Michel diceva a Laudrup che se avesse avuto le sue qualità avrebbe vinto dieci Palloni d’oro. Michael nelle partite difficili si nascondeva».
Chi era il suo idolo?
«Pierino Prati. Mancino come me, segnava gol difficili, di piede e di testa».
Antonio ai Mondiali Usa-Canada-Messico per chi farà il tifo?
«Non ci ho ancora pensato. Intanto, guardo poco calcio e quello che mi diverte maggiormente è si gioca nella Liga».
Dai fasti degli anni di Torino all’attualità. Cosa le manca e cosa mantiene?
«L’amicizia con i compagni, la misura delle cose e quella dell’aver fatto parte di un gruppo memorabile. Mi diverto anche a scrivere libri. La materia prima non mi manca».
