Don Fabio Capello, il collezionista

Leggi il commento sulla straordinaria carriera dell'allenatore italiano, prossimo a spegnere 80 candeline
Roberto Beccantini
Roberto Beccantini

4 min

Pubblicato il 16.06.2026, 09:52

Più scacchista che sacchista, Fabio Capello da Pieris, Friuli estremo, è il compromesso storico che lega il calcio di terra al calcio delle nuvole, le lavagne agli algoritmi. Giovedì compie 80 anni, centrocampista dal carrello basso, la mascella volitiva e le visioni euclidee, allenatore alla Quinto Fabio Massimo: «che, temporeggiando (in latino, cunctando), ci ha restituito lo Stato». In un periodo di scrupoloso inventario e di sedicenti inventori; in uno scorcio in cui il terzino che si accentra fa gridare di libidine, dimentichi del gol di Giacinto Facchetti in Inter-Liverpool del maggio ’65, sfogo di un’azione verticale Mazzola-Corso; della zampata di Antonio Cabrini alla Fiorentina, suggello del titolo «gobbo» del maggio ’81, da nove duro e puro; o del Paolo Rossi che, la notte magica (quella sì) dell’11 luglio 1982, anticipò, sul cross di Claudio Gentile, niente meno che il bell’Antonio di cui sopra; ecco, per tradurre Capello, orfano di una corrente di pensiero a suo nome, bisogna navigare tra il tap-in di Wembley, il 14 novembre 1973, 1-0 agli spocchiosi inglesi e pizza per tutti, la mossa di Marcel Desailly, stopper avanzato a metà campo per farne il lucchetto di casa Baresi, e il 4-0 al Barça di Johan Cruijff nell’epilogo della Champions ’94.

Fabio Capello, una vita di scudetti e il Milan nel destino

Scudetti al Milan, al Real, alla Roma, alla Juventus (due, poi confiscati), ct d’Inghilterra e Russia, con capriole cinesi al culmine della carriera. Prelevato dalla Roma quando ancora a Torino governava Italo Allodi, nel 1976 Giampiero Boniperti lo dirottò al Milan in cambio di Romeo Benetti. Un righello per un pezzo di ferro nell’ambito della staffetta Anastasi-Boninsegna. Il popolo insorse: fu doppietta, in volata sul Toro e in Coppa Uefa sull’Athletic Bilbao. Aveva ereditato da Arrigo un Diavolo che pareva imborghesito, spremuto, prossimo alla resa. Altro che yesman. Dimostrò che si può vincere con il miglior attacco e, senza Marco Van Basten, con la miglior difesa. Dal dosaggio di Roberto Baggio e Dejan Savicevic spremette equilibri, panchine e processi. Al Real, fondato sulla dittatura dei singoli, da Alfredo Di Stefano a Cristiano Ronaldo, il suo gioco produceva fior di risultati ma non placava il palato del Bernabeu.

I risultati da ct

Da commissario, non ha lasciato tracce degne di aizzare gli ispettori di polizia tattica. Nel Mondiale del 2010, però, una rete “rubata” a Frank Lampard, uno dei suoi, condizionò pesantemente Germania-Inghilterra: sarebbe stato il due pari, finì 4-1. Gli sponsor, piccati, si ribellarono al bieco immobilismo della Fifa, costringendo Sepp Blatter ad accettare, di frame in frame, la stampella della tecnologia. Un passo nel futuro da chi, metaforicamente, era campato di bacche e caverne.

Il Capello "talent" su Sky

Fabio “talent” è un Torquemada che, su Sky, bracca gli ex sodali con istanze che aborriva, o comunque soffriva. Biasima il Guardiolismo, ambiguo e insidioso come ogni «ismo»; bolla il nostro campionato con l’etichetta di «poco allenante»; invoca velocità di testa e di piedi; colleziona quadri e alterna le interviste alle omelie. Silvio Berlusconi capì subito chi era. Noi, ebbri di Sua Intensità, no. Più temporeggiatori di lui.

 

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