Bertolini: Rivoluzionaria? No, sono solo pronta ad allenare gli uomini in A

Milena, mister del Brescia tricolore, in corsa per bissare lo scudetto, nel lungo testa a testa col Verona (in vantaggio di un punto a due giornate dalla fine), ha il patentino per allenare i professionisti e fa mille altre cose. «A 14 anni sapevo che da grande volevo allenare. In tv guardo solo le belle partite. Ammiro Ancelotti, Guardiola e il "maestro" Zeman. Capisco subito quando una ragazza ha giocato per strada con i maschi. Ma per strada non gioca più nessuno...»
Bertolini: Rivoluzionaria? No, sono solo pronta ad allenare gli uomini in A
7 min
Valeria Ancione

A quattordici anni sapeva cosa voleva fare, a quarantotto può dire di averlo fatto. Milena Bertolini ha lo sguardo magnetico e ricco di chi conosce, di chi studia sempre, di chi parla senza sproposito. Lei e lo sport sono una fusione perfetta. Bella donna, Milena, come sa essere bella ogni donna piena di cose avute e di cose date e da dare ancora. Instancabile, nel miraggio del silenzio della campagna e del tempo che rallenti un po’. «Le donne si affollano di cose è un dato di fatto. E poi le fanno tutte... e questa è la grande differenza»

ALL'ULTIMO RESPIRO. A Reggio Emilia, la sua terra, c’è il lavoro, a Brescia c’è la passione. Il suo lavoro è lo sport, non inteso solo come attività fisica ma di più: lo sport come strumento dell’essere, del fare, del divenire. La sua passione è il calcio, allenatrice tricolore col Brescia, già in Champions, e con la possibilità di bissare il tricolore, Verona permettendo. Il Brescia infatti è a un punto dalle venete, due partite da giocare e un titolo che potrebbe risolversi all’ultima giornata. «Come l’anno scorso, solo che eravamo noi avanti di due punti sulla Torres. Quest’anno purtroppo abbiamo commesso errori per superficialità e forse presunzione, come con il San Zaccaria. Sabato giochiamo col Pordenone, mi preoccupa che sia una partita sulla carta già vinta. La gara più difficile è stata col Verona, qualche settimana fa: perdevamo 1-0, ma la reazione che ci ha portato alla vittoria ci ha fatto capire la nostra forza».

CONTAMINAZIONE. E’ milanista, ma è una fede sbiadita ormai. Da giocatrice non ha mai avuto un grande mito. Da allenatrice invece sì. «Non seguo più il calcio da tifosa. In tv guardo solo le partite più belle, quelle di Champions femminile, il calcio estero e... studio. Quando giocavo mi piaceva Rivera solo perché era nel Milan. Invece ammiro tantissimo Ancelotti, Guardiola, Zeman. A uno come Zeman devi dare tempo, lui è un maestro non un semplice allenatore».

Bertolini potrebbe essere la benzina di una rivoluzione. Ha il patentino e può allenare gli uomini di serie A, i professionisti del calcio: lei come l’infiltrato, il cavallo di Troia, la contaminazione. Ci ha già provato anni fa Carolina Morace, presa da Gaucci per la Viterbese in serie C, ma non ha funzionato. «Carolina fu chiamata più per immagine che per competenze, non che non le avesse, ma una scelta di apparenza non ha basi solide. Insomma non ci credeva nessuno. Il problema quindi è a livello dirigenziale. Alla donna al massimo si affidano le giovanili, perché è materna e accogliente e può occuparsi meglio dei bambini. Quindi è una questione culturale. Io invece mi sento pronta per allenare gli uomini, a livello professionistico, sono sicura che porterei una visione più ampia e allargata, che è tipica delle donne. Ho già allenato i dilettanti e a parte il primo giorno di stupore, poi diventa tutto normale. Rivoluzione forse è troppo. Il vero cambiamento si avrà quando ci saranno le donne nello staff e quando maschi e femmine dai 6 al 14 anni giocheranno assieme, con le stesse opportunità».

I patentini ce li ha tutti, anche quello di preparatore atletico, è docente ai corsi di formazione degli allenatori, allena il Brescia e lavora nella sua Polisportiva a Reggio Emilia. «Ho preso tutti i patentini per avere più possibilità. E poi certo lavoro, perché il campionato di serie A femminile è dilettantistico, oggi sono al Brescia e l’anno prossimo chissà. Quindi ho una mia società sportiva, che mi dà la libertà di gestire tutti gli impegni al di fuori. Nella polisportiva non facciamo solo attività fisica e scuola calcio, ma anche attività educativa. Lo sport è uno strumento importante. Abbiamo un progetto nei quartieri a rischio, “calcio in strada”, portiamo lo sport con lo scopo di integrare chi rischia di perdersi. Abbiamo anche una scuola di tifo, dove si insegna a tifare a favore della propria squadra e non contro l’avversario».

IN MISSIONE. Milena sembra in missione, supportata dal Comune di Reggio Emilia: se non credi non ottieni. E’ un motore in perenne movimento. Non ha paura di invecchiare, la data di nascita è solo un segno che riconduce a una persona. Milena non è da bilanci, resoconti, ma nel pallottoliere della vita c’è l’addizione dei “farò” non dei “ho fatto”. E’ pronta, dunque, ad allenare squadre maschili pro’ o andare all’estero o inseguire un altro patentino che le manca, non perché non si senta adeguata, ma perché ha sete di conoscenza e non smette mai di studiare. «Invecchio? Forse, ma finché sto in mezzo ai giovani resto agganciata a quel mondo e gli anni che passano non li sento o semplicemente non ci penso e a volte dimentico quanti anni ho. Vivere di sport mantiene giovani. Il calcio mi ha dato tante cose belle e fatto conoscere belle persone. Ma la mia vita è anche altro, sono riuscita a crearmi alternative al di fuori. Vorrei avere tempo per viaggiare, andare in Australia per esempio, ma mi sembra di non riuscire a fare tutto quello che vorrei. Ogni tanto bisognerebbe fermarsi».

LA CHIAVE DI TUTTO. Del calcio ama sviscerarne più l’aspetto psicologico e filosofico che tattico. E non ha dubbi: «E’ molto più bello giocare che allenare. Anche se come giocatrice non sono stata niente di che. Io volevo allenare. Un allenatore è un educatore e ha grandissime responsabilità, deve stare attento anche a come si muove, come parla. Errori se ne fanno, io cerco di sbagliare meno possibile. Soprattutto con gli adolescenti. Mi piace stare in mezzo ai ragazzi, hanno tantissime risorse, sono solo molto spaesati. Io dico sempre che la passione è la chiave di tutto e spesso anche un deterrente contro droghe e alcolismo. E so anche che allenare uomini e donne non è la stessa cosa. Con gli uomini è più facile. La donna è più complessa, più sensibile e in campo si porta tutto. Quando ti relazioni con una donna devi pesare quello che dici, non essere volgare o brusco, altrimenti non passa la comunicazione. Credo che sia fondamentale che le ragazzine giochino con i ragazzini all'inizio. La differenza la noto subito quando alleno donne che hanno giocato a pallone per strada con i maschi. Ma ormai per strada non ci gioca più nessuno».

Milena Bertolini macina chilometri tra Reggio Emilia e Brescia, tra lavoro e passione. Ama la pace della campagna e il mare, in special modo quello della Sardegna dove andrebbe a vivere - «Allenare a Sassari sarebbe bellissimo ma complicato» - e non ama vivere in un condominio. Lotta per lo scudetto, ha conquistato un posto in Champions, può allenare gli uomini di serie A, può fare tutto insomma, ma il sogno, come i sogni più belli, è semplice e sta da un’altra parte. «Vorrei rendere migliore la qualità della mia vita, dare il tempo giusto al lavoro e alla persona: sogno di riequilibrare tutto questo».


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