Linari, una dal sangue viola alla corte di Spagna:
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Linari, una dal sangue viola alla corte di Spagna: "Prima di tutto il calcio"

Fiorentina, difensore dell'Atletico e della Nazionale, 24 anni, punta ai Mondiali e a restare a lungo professionista. "L'ho voluto così tanto che i sacrifici non mi pesano. Ma è dura scegliere, come stare lontana da mia sorella. A Madrid ho sofferto, rifatto la gavetta, ricevuto ferite necessarie. Ma sogno sempre, ché senza sogni non saprei dove andare"

Parla dolce, parla svelta tra “C” aspirate e i sicché che sono un accento o sono una pausa. Sicché lei è Elena Linari, da Firenze, segni particolari diffusi nella sua ricca carta di identità: sangue viola, calcio nel dna, difensore per consiglio di un calciatore, un amore di sorella che commuove, sogni che sostituiscono sogni, capelli corti, quattro lingue parlate, professionista del pallone, la libertà, i progetti, la Spagna, pezzi di vita tatuati sul braccio. Ecco i segni profondi che in una congiunzione di punti disegnano la limpidezza di questa ragazza.

 

VIENI A GIOCARE CON NOI. Dall’Atletica (Castello) all’Atletico (Madrid), dai 5 a 24 anni. "Tiravo calci nel giardinetto sotto casa e un bambino mi dice: “perché non vieni a giocare con noi?” Sicché ho detto “andiamo mamma...” Così ho scelto il calcio e lasciato il nuoto. Fino a tredici anni ho giocato con i ragazzi. Poi sono passata al Firenze, dove ho conosciuto Alia (Guagni, ora solo compagna in Nazionale ndr)". 

Le sirene dal mare della Sardegna sono subito andate ad ammaliarla, dura resistere. "Non lo dimenticherò mai. Avevo 16 anni ed era l’ultimo giorno di scuola, mi è arrivata la telefonata di un dirigente della Torres e sono rimasta pietrificata: Tona, Panico, Domenichetti... la Torres più forte. Ma mamma è stata irremovibile: prima dovevo finire il liceo. E ho dovuto rinunciare". 

Nemmeno se di là dal fiume ci sono i sogni lasciare Firenze è facile però, terminata la scuola, come da patti, ha raggiunto il Brescia che intanto l’aspettava. "L’ultimo anno di scuola è stato faticoso. Stanchezza e rinunce. Mi sono addirittura ritrovata da sola in classe mentre i miei compagni erano in gita, per me niente gita scolastica, perché di giorni di scuola ne avevo persi fin troppi a causa del calcio. Sacrifici è vero, ma era quello che volevo. A 19 anni mi sentivo ponta alla separazione, se non altro mi ero preparata. A Brescia è stata un’esperienza bella e importante: ho sbagliato qualche lavatrice, non sapevo pulire, bruciavo le pentole (ride ndr) però tuto fa crescere. Eravamo in quattro in casa e ci ha aiutato ad amalgamarci come squadra, comunque convivere con altre persone ti apre la mente. Mi sono goduta Brescia per tre anni. Poi sono tornata a Firenze e ho vinto con la Fiorentina. Brescia o Fiorentina? Una scelta dolorosa. Ogni volta decidere dove andare, chi lasciare, è difficile per me, ma tutto quello che ho fatto lo rifarei".

SPAGNA OLE’. Cuore comanda Fiorentina. Finché è arrivato il momento di sostituire i voglio ai vorrei, i faccio ai farei. "L’Atletico mi ha voluto fortemente. E io volevo provare a essere davvero professionista e fare una esperienza fuori Italia. Ma soprattutto non volevo che fossero solo parole, dovevo farlo. Lì ho trovato una mentalità diversa, il vero professionismo e tanta competizione. Per esempio, siamo quattro difensori centrali, se non fai bene vai in panchina o tribuna. Sicché mi sono ritrovata a fare la gavetta a 24 anni, dopo 5-6 anni da titolare in serie A. Tanta fatica, soprattutto mentale. Sono partita inamovibile e mi sono ritrovata anche in tribuna. E’ stato come scivolare giù dopo aver scalato mezza montagna e devi ripartire da zero. Sono successe troppe cose in quei mesi: calo fisico, mente satura, si giocava ogni tre giorni, un continuo. E poi avevo cambiato orari di allenamenti, ritmo, mangiare, riposo. Sono stati momenti difficili, e ferite che mi hanno segnato, ma di cui avevo bisogno per imparare cos’è il professionismo". 

Elisa parla inglese, francese e anche spagnolo, ha legato con due compagne in particolar modo, una portoghese con cui condivide l'appartamento, e un’australiana con cui già parlano della sfida che le attende ai Mondiali. "Sì ci ritroviamo noi ultime arrivate, straniere. Le altre molte hanno il loro giri di amicizie, studiano, hanno i loro impegni. Con la portoghese c’è una bella alchimia e con l’australiana ci siamo già date appuntamento in Francia, sperando di esserci. Già... Non è scontato il posto in Nazionale. Non bisogna mai sentirsi appagati. Dipenderà da cosa farò con l‘Atletico e dai raduni. Ogni volta che ho una convocazione in Nazionale è come se fosse la prima. Sono lì che aspetto la telefonata, la mail... Per le lingue ho un’attitudine e nessuna certificazione. Dopo una settimana a Madrid capivo tutto, è stato importante per stabilire un contatto immediato con tutte".

Mesi duri a scavare dentro la propria determinazione per non mollare. Indietro mai, anche se l’Italia è uno tzunami di mancanza che a volte soffoca. E per fortuna c’è vicino a lei Mattia Martini, consulente di mercato dell’Atletico Madrid. "Grande amico. In passato ci siamo scambiati il posto. Io andavo via da Brescia e lui arrivava, poi così pure alla Fiorentina. Finalmente ci siamo ritrovati nello stesso club, in Spagna! Adesso il momento difficile è passato, vivo meglio e infatti mi esprimo meglio anche in campo. Ho un contratto di due anni, spero di vincere un trofeo. Voglio questo da sempre: fare la calcatrice professionista e ce l'ho fatta. Non per i soldi, guadagno come in Italia, però ho tutto, contributi, previdenza (in Italia le calciatrici sono dilettanti quindi hanno dei rimborsi spese, che vanno da zero a 29 mila euro l'anno, ndr). I derby col Barcellona sembrano partite di Champions. Domenica (il 13 gennaio, ndr) ho segnato il primo gol da professionista. L’anno scorso ne ho fatti dieci però, e gli ultimi due hanno mandato in Champions la Fiorentina ancora più importanti per me. Andare in doppia cifra per un difensore è particolare".

UN’ANIMA DIVISA. Linari è un difensore con l’anima da attaccante. Il calcio è conformazione genetica. «Quando mamma mi aveva in grembo andava allo stadio con papà a vedere la Fiorentina, era impossibile che uscissi diversa da così. In curva non ci sono mai stata, ma avevo l’abbonamento e andavo con nonno a vedere la Viola. Spesso mi allenavo con la squadra del babbo che faceva l’allenatore per passione. All’inizio ero un misto tra centrocampista e attaccante, ma passata alla scuola calcio Desolati, proprio lui, Claudio, mi disse che ero un difensore centrale. Un ruolo che mi è piaciuto subito moltissimo. Da dietro vedi tutto il gioco, sei il primo regista. Fantastico». 

NUTRIMENTI D’AMORE. Bisogna andare, partire, senza tanto voltarsi indietro, lasciare traccia per ritrovare la strada del ritorno. "La vita calcistica di una donna è breve, servono fisco e costanza. L’unica che è andata molto oltre è stata Patrizia Panico (ha smesso a 41 anni, ndr), e si è costruita da sola. Per arrivare a quei livelli bisogna avere la sua perseveranza, non è facile. Un uomo oltre i trent'anni è un giocatore di esperienza, le donne a quell'età di solito mollano. Speriamo che si allunghi anche per noi, le società ci devono aiutare".

Ventiquattro anni e sentirsi col tempo che fiata sul collo. Prendere e andare, dunque, seppur con la mancanza nel cuore, del cibo, della famiglia, degli amici e di certo amore. "Ho una sorella più piccola di me di due anni. Si chiama Alessia, è lei la mia forza. Non ci somigliamo per niente, nenache fisicamente. Io sono la parte sportiva e irrazionale, lei è la mente lucida e razionale. Infatti studia ingegneria e mi auguro che si laurei presto. Adesso che sono così lontana, capiamo quanto è forte il rapporto tra sorelle, non ne esiste uno uguale. Un legame di sangue e pelle. Tante volte ci scriviamo ‘vorrei che fossi qui’. Mi rendo conto che avere una sorella come me sotto i riflettori non è facile - si commuove con tenerezza, nel tentativo quasi di giustificarsi se lei ha e Alessia ancora no - Ogni volta che parlo di lei mi viene da piangere, mi sento in colpa per essermene andata e per avere quello che ho. Ma per lei farei tutto. Le dico ‘io la mia carriera devo viverla adesso, stringi i denti e vai avanti che avrai le tue soddisfazioni’. In famiglia io sono quella che parla, lei è più chiusa, e in casa senza di me c’è più silenzio. Fortuna che abbiamo preso un cane, che è come un pezzo di me lasciato a casa".

Ma l’amore quello vero comprende, non ti dice cosa devi fare, né ti chiede di scegliere. Elena è innamorata. "L’amore non mi ha mai condizionato, è sempre dalla mia parte. Sapeva che sarei andata via, ma mi ha detto “è il tuo futuro, devi sentirti libera, io sono al tuo fianco”. E’ più grande di me, mi dà consigli ed è tra le persone più importanti della mia vita. Il nostro progetto? Intanto riuscire a vedersi 2-3 giorni di fila. Il futuro? Vivere una vita normale. Il mio lavoro mi porta lontano, Madrid potrebbe non essere l’ultima tappa. Ma so che ho trovato la persona giusta".

SOGNO QUINDI SONO. Quando i sogni diventano ricordi, Elena ricomincia a farne di nuovi. "Ricordi belli? Il primo gol con la Nazionale ai Mondiali Under 20 contro il Brasile, il primo scudetto col Brescia e poi l’apice, quello al Franchi, davanti a ottomila persone, con la Fiorentina. E ancora la qualificazione ai Mondiali conquistata sempre al Franchi contro il Portogallo. Io sogno ancora, ché senza sogni non vado da nessuna parte. Ho sempre nuovi obiettivi e persone intorno che hanno più voglia di me e mi spingono a essere più determinata a raggiungerli".

Elena ha la faccia allegra di un cartone animato. Tra i vari soprannomi che ha c’è Linus, perché non lo sa dire forse è solo una storpiatura di Linari. Ma niente è per caso, e forse non sa che come Linus anche lei ha la sua coperta di conforto. Ed è quel disteso “fumetto” sul braccio sinistro che racconta i suoi pezzi di vita essenziali. La famiglia tatuata e a portata di mano e cuore: la sorella è un faro, la luce. La mamma una farfalla. Ci sono Firenze, la luna, i genitori e il nonno. "Una cosa importante ho bisogno di imprimermela sul corpo".

PUREZZA. Sara Gama è il suo riferimento («Per la sua determinazione, da lei prendo spunto»); le piacerebbe giocare con la svedese Nilla Fischer del Wolfsburg o l’inglese Steph Houghton del Manchester City. Il calcio è un gioco da maschi? "Ma basta! Non si può etichettare un lavoro, bisogna solo apprezzarne le differenze, come nel tennis nessuno pretenderà di vedere la battuta di Serena Williams alla stessa velocità di quella di Nadal, però è bello lo stesso. Invito la gente a venire a vederci, perché la purezza che gli uomini hanno perso, noi ce l’abbiamo ancora e la mettiamo i campo".

Non ama i tacchi né truccarsi. "L’apparenza mi dà noia, voglio essere me stessa. Voglio essere giudicata per come sono non per come mi vesto o appaio. La sincerità è vincente. Preferisco jeans e maglietta, pronta per giocare a pallone o per correre in qualsiasi momento".

Ama leggere, soprattutto i gialli pieni di tensione, e vuole finire gli studi di scienze motorie. "I sogni immediati sono arrivare al Mondiale di Francia, continuare a essere una professionista e vincere con l’Atletico. I sogni futuri, laurearmi e diventare personal trainer, mi piacerebbe aiutare gli altri perché io di aiuto ne sto ricevendo tanto, vorrei restituire".

Suona la chitarra e si rilassa con la musica, soprattutto di Laura Pausini (ora anche in spagnolo) e Alessandra Amoroso. Non si direbbe, ma pensa di essere "molto introversa, però se trovo le persone giuste do tutto il cuore - (e a noi lo ha dato, ndr) - Mi faccio gli affari miei e non amo stare al centro dell’attenzione. Sono da fatti più che da parole. Il colore? Viola, banale vero? Ma mi sta molto bene anche il bordeau. Il viaggio? Vorrei tornare in America e alle Maldive. Il cibo? Una bella pizza italiana, alta, napoletana. Il babbo la sa fare bene".

Tra mare e montagna sceglie il mare. Tra Spagna e Italia, eh... "La Spagna è un paese più libero dell’Italia. Non ci sono pregiudizi. Mi faccio meno problemi. Sono mascolina, ma mi sento me stessa e nessuno mi giudica. Sono fiera di essere donna, non cambierei niente. Mi sono fatta apprezzare per come sono. Ed è la vittoria più importante: essere me stessa".

Elena Linari “daffirenze”, ha la “C” aspirata e mille sicché... Sicché il nostro calcio è ancora pieno di luoghi comuni... Sicché ci sono genitori che ancora non mandano le figlie a giocare perché è da maschi e “contagia” l’omosessualità... "Se l’omosessualità fosse una malattia grave io mi vorrei ammalare tutti i giorni, perché sono la persona più felice del mondo. E giocare a calcio è libertà, è esprimere le proprie passioni. Mia madre diceva ‘voglio vedere mia figlia felice’, sicché... perché non permettere a una bambina che dà calci a un pallone di essere felice? Se il calcio è la sua felicità, che lo sia per tutta la vita. Mi auguro che tante persone si tolgano dalla mente tutte le etichette che ci hanno dato. Venite a Madrid a vedere quante bambine ci sono e come si divertono, il calcio è di tutti, non ci sono differenze coi maschi. Il cammino è lungo, però con la mente aperta si va più veloce".

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