Rosucci alla doppia conquista dell'Italia. "Il calcio per me è una vita in miniatura"
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Rosucci alla doppia conquista dell'Italia. "Il calcio per me è una vita in miniatura"

La centrocampista sta rientrando dal lungo infortunio e si ritrova a lottare per il tricolore con la Juventus (con Fiorentina e Milan inseguitrici) e un posto in Nazionale per andare ai Mondiali di Francia. "Io vado di sogno in sogno. Quando arrivo punto subito un'altra sfida. Volevo fare la maestra, ma se alleno è lo stesso. Vivo col mio gemello, è il mio amore infinito. Facevamo danza classica insieme, lui era bravissimo, io una schiappa. Poi mi ha portato a giocare a pallone..."

“Signora, mi riporti suo figlio e si tenga pure la bambina”. Chissà se è cominciata da una telefonata così la storia di Martina Rosucci calciatrice, centrocampista della Juventus e della Nazionale. Quando un giorno la maestra di danza ha telefonato nel disperato tentativo di riavere nel suo corpo di ballo il promettente Matteo, la signora Rosucci si era già arresa al pensiero “meglio una femmina calciatore che un maschio ballerina”.

Se non esistesse la discriminazione, anche al contrario, e non si classificassero le cose in cose da maschi e da femmine, chissà forse oggi il gemello sarebbe un ballerino e la gemella non sarebbe una calciatrice. «Facevamo danza classica, io ero una schiappa e lui bravissimo - racconta Martina - Ma siccome lo prendevano in giro perché danzava, mia mamma ci ha portato via tutti e due. Così mio fratello è passato al calcio, giocava nel Torino e io andavo a vedere i suoi allenamenti. Ogni volta che mi arrivava una palla, la rinviavo col piede. Allora un giorno il mister mi ha detto “dai vieni anche tu a giocare”. Ed eccomi qua».

MANCAVA IL SOGNO. Se sugli spalti ti arriva un pallone e lo restituisci in campo coi piedi e non con le mani allora sei calciatore nell’anima. «Non c’è mai stata nella mia testa l’idea di farne un lavoro - continua Martina -  Adesso invece le bambine possono pensarlo, perché ci sono i grossi club e anche i genitori la vedono come una possibilità. Questo è cambiato: mancava il sogno realizzabile, e adesso c’è. Io da piccola volevo fare la maestra e stare coi bambini. Infatti quando smetterò voglio allenare. Allenare è come insegnare, no?».

IL RITORNO. Martina Rosucci sta tornando adesso dopo il lungo infortunio. A due turni dalla fine della stagione, lo scudetto è una corda tesa che in tre vogliono far suonare: la sua Juventus con un margine esiguo di un punto sulla Fiorentina e due sul Milan. E i Mondiali alle porte. Lei, che si è fatta la qualificazione, rischia di mancare la fase finale in Francia, che segna il ritorno dell'Italia dopo vent'anni di assenza. Intanto, a quasi un anno dalla partita col Portogallo, Rosucci è stata convocata per i due test con Polonia e Irlanda. Ma molta Italia che la ct Bertolini porterà in Francia potrebbe determinarsi dopo l’amichevole di oggi a Reggio Emilia. Martina vuole provare a conquistarsi un posto. «Il posto non è scontato per nessuno. Sono felicissima di essere qua. E’ come se non fossi mai andata via. Per me sarà importante raggiungere la migliore condizione, che poi è l’unica cosa che mi preoccupa. Ed è anche l’unica cosa che dipende da me. Perché le scelte le fa il mister. Con la testa ci sono, è il mio punto di forza, il fisico mi deve seguire».

Per una Rosucci che potrebbe rientrare e andare fino in Francia, c’è Salvai costretta a dare forfait: di crociato in crociato, per un’occasione persa, e che occasione... Difficile consolarla. «E’ una grossa perdita, sia a livello di club sia di Nazionale, negli ultimi due anni Cecilia ha raggiunto un livello incredibile: la aspettiamo però. Dopo il Mondiale ci saranno tante altre cose da fare - la rincuora la compagna di club - In Nazionale troveremo le soluzioni alternative, quando il gruppo è forte sa ovviare a situazioni che capitano all’improvviso. Però Salvai ce la portiamo con noi».

MAI UN ARRIVO. Martina è esuberante, ha gli occhi brillanti e un’energia che trasuda dai gesti e dalla rincorsa di parole veloci e pensieri vibranti. «Io sono una che sogna. Sono malata di ambizione. E non è bella cosa perché non me la godo appieno, ma solo sul momento, e ho bisogno subito di una nuova sfida, qualcosa di grande che mi stimoli: la Juventus, poi lo scudetto, poi un altro scudetto, poi il Mondiale, poi la Champions: piano piano, mattoncino su mattoncino, non c’è mai un arrivo. Da una parte è una cosa positiva, perché mi fa dare sempre qualcosa di più, dall’altra no perché non mi rilasso mai».

IL CALCIO E' TUTTO. Ammalarsi di calcio capita. E’ come quei virus che una volta che ti contagiano non se ne vanno più. E si diventa portatori sani: di emozioni e principi, di dentro e fuori campo. E Martina... non sta bene. «Il calcio in generale mi emoziona tutto: le dinamiche di gruppo, di spogliatoio, l’obiettivo, unirsi per raggiungerlo, risolvere le difficoltà, la comunicazione. La partita, gli allenamenti li considero una piccola vita. Il calcio è uno sport di relazioni e per me sono importanti. Per questo sono così invasata, perché vedo nel calcio una vita in miniatura. E ci sono dentro a livello emotivo, non riesco a staccarmi, una roba che mi mangia».

NATA CENTROCAMPISTA. Si parte a fare una cosa e si finisce per farne un’altra, per una attrazione del destino o caratteriale. «Ho iniziato sulla fascia perché correvo tanto, ma quando arrivavo davanti alla porta sbagliavo sempre un sacco di gol, quindi mi hanno messo un po’ più dietro. Preferisco passare la palla, essere nel vivo del gioco, avere responsabilità. Il centrocampista è la sintesi della relazione, perché sei al centro di tutto, e tieni i collegamenti con tutti e fra tutti. Il ruolo è un po’ come sei tu: io sono una responsabile, mi piace aiutare gli altri, ascoltare, e forse questo ruolo qui mi descrive. Se uno è in difficoltà, io vado lì e gli chiedo “oh cosa hai?”, mica lo lascio in pace. Sono una che anche in campo chiacchiera, non sto zitta un attimo. No, non è un caso se sono centrocampista».

LA PIU' BELLA. Non è scontato che i capelli biondi e gli occhi chiari siano mezza bellezza come l'altezza, ma alcune sue compagne, tra cui Sabatino (che ci passa davanti mentre chiacchieriamo ndr), dicono che sia la più bella della Nazionale. Se la ride. «Che sceme... Bella non è il primo aggettivo che vorrei sentire per descrivermi. Preferisco che prevalga altro di me. Ma vabbè fa piacere però e fa anche ridere, lei (Sabatino ndr) lo dice sempre».

Tranne le dita smaltate non insegue miti, modelli, né apparenza. E’ come la vedi. La ragazza dalla risata larga, piena. Ha un rapporto sereno con se stessa e il suo corpo. «Mi piace mangiare, se non facessi questo sport però dovrei stare un po’ più attenta. Ma credo che il cibo non debba diventare una malattia, né un’angoscia, perché il corpo se lo stressi magari non raggiunge gli obiettivi che ti aspetti. Serve un’abitudine alimentare da seguire. Bisogna sempre trovare un certo equilibrio».

EMOZIONE STADIUM. Lei c’era, a metà ma c’era: Juventus-Fiorentina, lo Stadium pieno di 40 mila persone. «Ho pianto. Sono juventina e vado allo stadio da quando sono piccola, quando è partito l’inno della Juve e le bandiere sventolavano mi sono detta “cavoli, di solito sono io lì sopra a cantare!” Un’emozione mista però a un po’ di tristezza, perché non ho giocato. Sono juventina, sono di Torino, gioco nella Juve sono tanti anni che combatto per i diritti nel calcio femminile, mi è dispiaciuto non vivere quell’evento in campo, però vabbè c’ero. E’ stato un esperimento riuscito bene. La risposta del pubblico è stata incredibile. La Juve fa le cose bene. La gente è curiosa, e la curiosità smuove le cose. Il fatto che non si pagasse ha permesso a tante persone di vedere lo Stadium, il museo e la partita di calcio femminile. Gente che non sapeva e ha potuto vivere la nostra passione. Trasmettiamo emozione. Non che gli uomini non la trasmettano, mi dà fastidio questo distinguo, noi donne più passione degli uomini, io penso che sia solo un modo diverso di esprimerla. Siamo donne dopotutto... Insomma, chi è venuto ha avuto un’occasione per scoprirci quel giorno e magari a tornerà vederci».

LEGGENDE GEMELLARI. Si narrano certe leggende sui gemelli, di sensazioni a distanza, di un collegamento per sempre, di una fusione eterna. «Vivo con mio fratello gemello. So che sembra inusuale, ma noi non siamo usuali. Quando sono tornata da Brescia, rientrare a casa era complicato dopo tanti anni. Lui voleva andare a vivere da solo, ma economicamente era difficile e così abbiamo unito le forze. Ci occupiamo di noi, a volte cucina uno a volte l’altra. La spesa alternata. C’è collaborazione. Matteo fa il parrucchiere. Ha smesso col calcio per un infortunio, nel maschile è diverso, se perdi il treno l’hai perso. Lui è il mio angelo custode. Non siamo uguali. Abbiamo un rapporto simbiotico, se non si è gemello non si può capire, non ci si può credere. Mi capita spesso di avere l’ansia e poi scopro che è successo davvero qualcosa. Matteo non è solo il mio primo tifoso, lui per me è marito, migliore amico, fratello, padre, figlio, proprio tutto. Il mio amore più grande, infinito. Ma i capelli me li fa la mamma, parrucchiera anche lei, sono abitudinaria non mi piace cambiare. ».

Ha lunghe ciglia, chissà se le pettina... «Sono come quelle di papà», riconosce senza dare troppa importanza, come se non sapesse che le ciglia lunghe attirano occhi in occhi che non possono mentire. Martina, sincera, Juventus, Fiorentina, Milan, chi vince lo scudetto? «Io lo so, ma non lo dico, non per scaramanzia, così...», e il silenzio non è mica una bugia: fa spallucce, sbatte le ciglia e vola via.

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