Francavilla, Lazic: «Io, allenatore per caso»

Alla guida dei rossoblù da 10 stagioni consecutive in serie D, il serbo racconta la sua vita: le origini in Kosovo, il sogno mancato della serie a, la carriera in panchina (FOTO: A. Grimaldi)
Francavilla, Lazic: «Io, allenatore per caso»
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Daniele Liberati

Se fai l’allenatore in Italia e guidi la stessa squadra da dieci anni, devi essere una persona fuori dal comune. Ranko Lazic lo è senza dubbio. Tra splendori e miserie, la sua vita sembra un romanzo che ha un unico, fortissimo denominatore. «Il calcio mi ha dato tutto», ripete come un mantra. Il tecnico serbo siede sulla panchina del Francavilla dalla stagione 2006/07: l’Italia aveva appena vinto i Mondiali e il Presidente del Consiglio era Romano Prodi. Sembra passata un’era geologica. Questo è il suo decimo campionato in serie D con i rossoblù (miglior piazzamento il sesto posto nel 2011). Dopo un ottimo avvio (quattro vittorie consecutive), la squadra è ora quarta dietro Nardò, Taranto e Virtus Francavilla. «Avversari di ottimo livello - dice Lazic - ma non dimentico Pomigliano, Bisceglie e Fondi. Noi siamo una sorpresa, anche se dopo nove giornate l’effetto è svanito. Domenica scorsa abbiamo perso meritatamente con la Virtus, mercoledì in Coppa Italia è andata bene (superato il primo turno battendo la Gelbison 2-1 in rimonta, ndr), ora però bisogna ripartire subito in campionato contro la Turris. Non dobbiamo abituarci a perdere». Dieci anni sulla stessa panchina fanno subito venire in mente leggende come Ferguson, Roux, Wenger. «Per me è un orgoglio, lavoro con persone che mi vogliono bene anche quando la squadra va male. Ho avuto richieste importanti per salire di categoria, ma sono affezionato al Francavilla. Sono legato alla famiglia Cupparo (il presidente del club, Antonio, ha preso il posto del padre Francesco, attualmente sindaco del Comune, ndr) come allenatore e come amico. Certo, litighiamo anche. I presidenti vogliono avere sempre ragione. Ma alla fine facciamo pace». 

LE ORIGINI - Eppure, tutto questo non era nè previsto, nè cercato. Non è il destino, ma gli eventi casuali che accadono, direbbe lo scrittore Paul Auster. «Sono un allenatore per caso», svela senza timori Lazic. Nato in Kosovo nel 1963, cresciuto nella Jugoslavia di Tito, si trasferisce ancora bambino a Belgrado con la sua famiglia. «Tornavo d’estate nella mia terra, ma ad un certo punto non è stato più possibile». La convivenza sempre più difficile tra le varie etnie anticipava lo scioglimento della Federazione (1990) e l’inizio del terribile conflitto (un anno dopo) che lacerò l’Europa. Lazic per fortuna se ne andò prima. Ma i segni li porta ancora nel cuore. «Ho perso qualche cugino in guerra. Per voi italiani è impossibile capire quello che ci è successo». Nella sua nuova città, il giovane Ranko può comunque impegnare testa e gambe nella sua grande passione, il calcio. E’ bravo, tanto da diventare professionista. Gioca con l’Ofik e soprattutto col Partizan, la sua squadra del cuore. Il suo sogno, però, è l’Italia. «Arrivai nel 1987 tramite il mio procuratore, un amico di Italo Allodi. Il calcio slavo è tecnico, ma c’erano pochi soldi. Si tentava la fortuna all’estero: c'è chi l’ha avuta e chi no. Io avrei dovuto giocare nella vostra serie A, ma per le regole sul tesseramento degli stranieri non fu possibile. E così sono finito a Potenza, in serie D».

LA NUOVA VITA - Il caso, appunto. Nel capoluogo lucano conquista una promozione in C ma, ancora per colpa del regolamento federale dell’epoca, non può salire di categoria. Intanto conosce la sua futura moglie e forma una famiglia. Gioca dove può, anche in Eccellenza. «Mi hanno fatto tante promesse, sarei potuto andare a lavorare in banca o alla Fiat. Nessuno però mi ha preso. Allora mi sono rimboccato le maniche e mi sono fatto solo. Io volevo giocare a tutti i costi, ero malato di calcio. Un giorno mi hanno proposto di fare il doppio ruolo, calciatore e tecnico, ed è iniziato tutto. All’inizio non è stato facile, poi piano piano mi sono abituato e ho iniziato a studiare. Chi non si aggiorna è morto». E così parte la carriera in panchina. Villa D’Agri, Melfi, Nardò, Manduria, Lavello, Savoia e dal 2006 Francavilla. Su un palcoscenico, lo stadio Nunzio Fittipaldi, da circa 700 posti. «Nel tempo libero gioco a scacchi, ti allena la mente a preparare una partita di calcio. Tifoso di una squadra italiana? Tenevo per la Lazio perchè era piena di serbi. I miei figli sono interisti, il più piccolo si chiama Dejan per Stankovic. Con lui ho amici in comune, l’ho conosciuto. Ora tifo per Mihajlovic. Spero ce la faccia ma l’ambiente del Milan è difficile. Io sono un allenatore fai da te, non ho avuto grossi insegnanti. Sul campo mi piace giocare con un 4-3-3 flessibile. Recentemente ho frequentato un corso a Coverciano. Una scuola all’avanguardia, la migliore del mondo. Da Renzo Ulivieri (oggi presidente dell’associazione italiana allenatori, ndr) ho cercato di imparare tanto. Dei tecnici attuali mi piace molto Sarri. Viene dalla gavetta come me e ora allena il Napoli. E’ un esempio, dimostra che nella vita tutto è possibile». Grazie anche al caso.


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