Il Cuoio
0

Buon compleanno Carlo Mazzone

Sor Carletto compie oggi 83 anni. Un allenatore unico che ha lasciato la sua impronta su ogni panchina si sia seduto. 

Buon compleanno Carlo Mazzone

Ha allenato dal 1968 al 2006, debutto ad Ascoli e chiusura a Livorno. Ha guidato 12 squadre, raggiunto 792 panchine in Serie A, oltre mille se si contano anche B e C. In carriera tre promozioni, molte salvezze di cui andare fieri e la qualificazione del Cagliari in Coppa Uefa. Carlo Mazzone, 83 anni oggi, da oltre cinquanta sposato con Maria Pia, padre di due figli, nonno di tre nipoti e da qualche anno anche bisnonno, ha rappresentato il calcio di provincia che intrappolava le potenze del pallone. Imprigionato nel personaggio di Sor Carletto, o in alternativa di Sor Magara, del tecnico romano che parla romanesco e si arrangia come può per far rendere le squadre, rifiuta le etichette. Ma ha sempre lasciato il segno, dovunque è andato. Dietro il personaggio, c'è un uomo che porta in panchina la schiettezza verace e il gusto per la battuta mordace con i giocatori. Li stimola, a volte quasi li prende in giro, come si fa solo con i compagni di viaggio a cui si è affezionati. Chiedere, per credere, all'ex terzino della Roma Amedeo Carboni, a cui da giocatore piaceva attaccare. Celebre uno scambio di battute con cui il tecnico l'ha convinto a rimanere più coperto. "Amede’, quante partite hai fatto?" gli chiede. "350, mister". "E quanti gol ?". "4, mister". "E allora ‘ndo c***o vai!!!". L'empatia passa anche per messaggi così ruvidi e diretti. Il suo stile di comunicazione ha finito un po' per coprire la capacità di intuire il talento e di valorizzarlo.

Carlo Mazzone, il mister di tutti

La riconoscenza dei grandi campioni

Alla Fiorentina, ha affidato la fascia di capitano a un ventenne Giancarlo Antognoni. “Non so cosa lo spinse a farlo” ha detto nel 2017, in occasione dell'ottantesimo compleanno del tecnico, “probabilmente vedeva già qualcosa in me nonostante la giovane età. Per l’epoca era un allenatore moderno. Veniva da una realtà piccola come Ascoli, ma nonostante questo fece bene con la Fiorentina”. Trasteverino e romanista, Mazzone si definiva un navigatore solitario, un cane sciolto convinto che la tecnica sia il pane dei ricchi, la tattica quello dei poveri: un aforisma che racchiude tutto un mondo e un modo di intendere il calcio. In tre anni alla Roma, all'inizio della presidenza Sensi, li mangia entrambi. La Roma non è una grande squadra, ma durante un normale allenamento del giovedì Sor Carletto resta folgorato da un ragazzino che ha già velocità di gambe e di pensiero, tecnica di base, abilità di dribbling e potenza di tiro. Prende informazioni su quel ragazzo e lo integra in prima squadra. Quel ragazzo, in futuro si farà notare da tutti, si chiama Francesco Totti. “Mi hai fatto crescere come uomo e come calciatore. Mi hai difeso, mi hai spronato e mi hai fatto tenere la testa sulle spalle ad un'età difficile. Chissà come sarebbero andate la mia carriera e la mia vita se non ci fossi stato tu” gli ha scritto su Facebook nel 2017. Nel 1997, quando per Totti si avvicina la prospettiva della cessione alla Sampdoria, Mazzone resta vicino al futuro capitano giallorosso. Vuole che dimostri di essere un giocatore vero, e gli dice che deve farlo alla Roma. I tifosi sentitamente ringraziano.

A Brescia con Baggio e Guardiola

A Brescia, negli occhi di tutti resta la corsa sotto la curva dell'Atalanta, una provocazione e una reazione agli attacchi dei tifosi. Ma quel gesto, che lo rende definitivamente “pop”, non racconta tutta la storia di quella sua esperienza. Non spiega l'affetto per lui di Roberto Baggio. Non indica perché, un giorno di maggio del 2009 a casa di Sor Carletto suoni il telefono. Dall'altra parte della cornetta, arriva un messaggio sorprendente. “Mister, sono Pep Guardiola”, che Mazzone ha allenato a Brescia e di cui ha ammirato la serietà, la dedizione nell'ascoltare e imparare senza parlare troppo. “Sì, e io sono Garibaldi” gli risponde Sor Carletto. Pensa a uno scherzo. Invece è proprio Guardiola che lo vuole in tribuna, a Roma, per la finale di Champions League tra il suo Barcellona e il Manchester United. Mazzone fatica a credere che Pep stia pensando a lui a quattro giorni dalla partita più importante della stagione. Evidentemente grato, accetta. È all'Olimpico ad ammirare il 2-0 dei blaugrana, con tanto di gol di testa di Messi. A Brescia, Mazzone ha anche cambiato ruolo ad Andrea Pirlo. Rientrato in squadra dopo le esperienze con la Reggina e l'Inter, nel 2001 Pirlo è in cerca d'autore come trequartista. Mazzone è il primo a suggerirgli di giocare da regista arretrato. Lo convince a interpretare il ruolo di cui è diventato uno dei migliori interpreti al mondo.

Un grande riconoscimento

In questo episodio si estrinseca il senso di un allenatore diventato personaggio, icona di un calcio genuino, in cui la sostanza conta più dell'estetica. Un calcio sanguigno, ma non semplice. Lo riconosce Fulvio Bernardini, l'allenatore che ha conquistato il primo scudetto della Fiorentina e l'ultimo del Bologna, nello spareggio del 1964 all'Olimpico. Durante una lezione al corso per allenatori a Coverciano Bernardini, a cui è intitolato il centro tecnico giallorosso a Trigoria, sta analizzando il successo del modello olandese. “Parlate tutti di zona, di pressing, di calcio totale” dice ai tecnici presenti. “Ma non vi serve andare in Olanda per osservarlo. Vi basta guardare l'Ascoli di Mazzone”. Un riconoscimento che vale quanto un trofeo.

 

 

Tutte le notizie di Il Cuoio

Per approfondire

Caricamento...

Potrebbero interessarti