Lazio-Roma, Gottardi ricorda quella rete nel derby: "È un gol per sempre"

L’esterno racconta: "La corsa verso Konsel e il tiro in diagonale. Solo a distanza di tempo ho capito tutta l’importanza di quella marcatura"
Gottardi, Roma-Lazio 1-2. Il ‘panchinaro’ Guerino entra nel finale e al 94’ segna il gol vittoria per la Lazio di Eriksson. Apoteosi ed etichetta di leggenda

ROMA - Entrare prepotentemente in scena nei momenti cruciali della stracittadina. Lasciare il segno e diventare protagonista di una gara attesa e sentita. Guerino Gottardi ha vissuto il suo magic moment nel derby del 21 gennaio 1998. È entrato nella ripresa con il risultato fermo sull’1-1 e nei minuti di recupero ha scritto la storia: si è avventato su una palla vagante, involandosi nell’area giallorossa, e una volta al cospetto di Konsel lo ha infilato con una rasoiata di destro, tanto precisa quanto imparabile. Un gol che ha permesso ai biancocelesti di certificare un dominio assoluto. Il terzo derby vinto consecutivamente. Diventeranno quattro nel giro di un mese e mezzo. "Quello è senza dubbio il ricordo più bello dei derby giocati. È stato il mio derby. Una partita speciale che ha dato una spinta alla mia carriera. Diciamo che è stato l’inizio di un percorso che mi ha portato a vivere momenti indimenticabili: quel derby, la finale di Coppa Italia e le vittorie che quella squadra fu in grado di inanellare negli anni a seguire. Diciamo che è iniziato tutto da li. Da quel derby".

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Si è reso subito conto dell’importanza di quel gol?

"No. Lì per lì non te ne accorgi. Pensi alla vittoria, alla gioia di aver segnato in una partita importante, ma il valore di quel gol e di quel derby lo capisci dopo. A distanza di giorni. Anzi di anni. Se penso che ne sono passati più di venti e ancora rappresenta un ricordo indelebile nel cuore dei tifosi, vuol dire che è stato un momento speciale. Se ancora oggi lo ricordiamo in un’intervista, vuol dire che è stato un momento magico. Lo ricordo molto bene. Ci fu un lancio che subì una deviazione e mi permise di involarmi verso l’area. Corsi più veloce che potevo e quando incrociai Konsel tirai in diagonale".

Cosa si prova a essere ricordato come un uomo derby?

"Io non ero un giocatore importante e facevo parte di una squadra ricca di fuoriclasse. Eppure la gente si ricorda ancora oggi di quel derby e di quel gol. È una soddisfazione incredibile".

Ha fatto parte di una squadra entrata nella storia e capace di vincerne quattro in un’unica stagione. Eravate davvero così superiori a quella Roma?

"Eravamo forti, ma non c’era una grande differenza tra noi e loro. Stavamo iniziando a crescere e gettavamo le basi per i risultati che in quegli anni sono arrivati. Credo che in quei derby siamo stati davvero bravi a non sbagliare nulla, ma forse i risultati sono andati addirittura oltre".

Come viveva le stracittadine?

"Un momento intenso, ma bello. L’atmosfera del derby era davvero elettrizzante. Se lo vincevi ti trascinavi quelle sensazioni per le settimane successive. Se lo perdevi anche, ma in termini negativi. Chiaramente non potevo vivere l’attesa del derby come un romano. Io poi venivo dalla Svizzera, da un altro calcio e da un altro mondo. E credo che questo mi aiutò, almeno all’inizio a scaricare la tensione".

C’era qualche compagno che sentiva particolarmente la sfida?

"I romani, o quelli che erano alla Lazio da più tempo lo vivevano male. Tra tutti Alessandro Nesta. Era un laziale vero e alla vigilia dei derby era teso e nervoso. E infatti, se è vero che tante volte ci ha aiutato a vincere, possiamo dire che qualche gol di troppo ce lo ha fatto prendere (ride, ndi). Io fortunatamente avevo un carattere diverso che mi aiutava a scendere in campo con una pressione diversa".

In quegli anni le stracittadine venivano accompagnate da spettacoli incredibili sugli spalti. Coreografie che hanno reso la Curva Nord famosa in tutto il mondo. Ce ne è una che ricorda particolarmente?

"Non dimenticherò mai quel derby in cui la Curva Nord sembrava lo scenario di un film ambientato nello spazio: stelle, luna, pianeti e tante bandiere della Lazio. Bellissimo".

C’è un giocatore di quella Roma che avrebbe voluto come compagno di squadra nella Lazio?

"Forse farò arrabbiare qualche laziale, ma dico Totti. Era sicuramente il loro giocatore più forte".

Chi era l’uomo derby di quella Lazio?

"Quanti ne vuoi. Ho avuto la fortuna di giocare con tanti campioni incredibili. Jugovic era bello da vedere e forte in mezzo al campo. Poi Veron, fortissimo, Nedved che aveva una costanza incredibile. Simeone che con il suo carattere era in grado di trascinare tutti".

A volte si pensa che i derby vengono vinti dalla squadra meno favorita. È una leggenda o può esserci un fondo di verità?

"Dipende sempre dall’interpretazione della squadra più forte, ma io sono convinto che chi è più debole entra in campo meno teso e pensieroso. Sa che non ha nulla da perdere gioca più sereno. Forse anche per questo a volte riesce a fare risultato".

Lei ha giocato anche il derby di ritorno nella stagione del secondo scudetto.

"Da quella partita guadagnammo la convinzione di poter arrivare fino in fondo in campionato. Andammo sotto, recuperammo e vincemmo. I derby sono magici anche per questo, perché ti permettono di svoltare un’intera stagione".

Lazio-Roma: parlano Gottardi e Candela
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