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La Nazionale è per sempre

Il romanzo azzurro oggi compie esattamente 110 anni L’ex dg Valentini e il viaggio infinito di un testimone privilegiato: "Dal 1987 è stata la mia vita. Questa squadra deve essere amata davvero, anche quando non trionfa in un Mondiale"

La Nazionale è per sempre

Il rischio della retorica spiccia, l’emozione che può prenderti la mano, i ricordi che si sommano toccando le corde della passione, il pericolo di essere banale e scontato: quando Ivan Zazzaroni mi ha “nominato” come uno dei tanti testimoni della storia più recente della Nazionale, ho pensato di cavarmela facilmente, «che ci vuole a celebrare i 110 anni della Nazionale italiana per me che ho vissuto là dentro 27 anni della mia vita». E invece così non è stato: il mio cuore azzurro - tra 7 Campionati del Mondo, 6 Europei e 3 Olimpiadi - è partito saltando più di un battito, travolto da mille suggestioni, successi e amarezze, il trionfo del 2006, il rapporto con 9 commissari tecnici, da Vicini a Conte, lo sforzo sovrumano di tenere distinto il ruolo di dirigente da quello di tifoso. Attraverso una vicenda personale che mischia orgoglio e fatica, fierezza e umiltà, in un’avventura che ho avuto il privilegio di vivere con centinaia di giocatori, e restano loro - gli allenatori e i calciatori azzurri - la parte migliore di questo mondo.

Epopee

Non sono così vintage da aver vissuto i trionfo di Vittorio Pozzo e dei suoi ragazzi, campioni del mondo per due volte consecutive, 1934 e 1938 , con un successo storico anche alle Olimpiadi del ‘36. Quei tempi affascinanti, per fortuna remoti e per molti versi bui, quando all’inno di Mameli bisognava rigorosamente esibire il saluto fascista, li ho rivissuti attraverso il bianco e nero dell’Istituto Luce, attraverso le foto (custodite gelosamente nel mio archivio) delle udienze in camicia nera a palazzo Venezia, testimonianze di un’epopea del nostro calcio che passa attraverso le facce pulite di Meazza, Ferrari, Monzeglio, Foni, Biavati, Piola, capaci di regalare a un’Italia priva della libertà due Coppe Rimet, come allora si chiamava il trofeo per i Campioni del Mondo. Ed è sempre il bianco e nero, questa volta della televisione, mentre noi ragazzi inquieti del ‘68 lanciavamo lo slogan “coloriamo la vita”, a documentare l’unico titolo Europeo strappato con i denti nell’anno della cosiddetta rivoluzione giovanile: un rocambolesco approdo in finale - dopo 120 minuti senza gol contro l’Unione sovietica - grazie al sorteggio con la monetina, sapientemente gestita da un precursore di Blatter. Altri tempi rispetto al calendario frenetico di oggi e il lusso di ripetere la prima finale finita 1-1 contro la Jugoslavia. Nella partita-bis è 2-0 per noi con i gol di Anastasi e del solito Riva (ancora oggi con 35 reti capocannoniere azzurro), con Facchetti capitano, Zoff in porta, Juliano, Lodetti, Domenghini e la difesa chiusa a chiave da Tarcisio Burgnich. Ma ero in strada nel ‘70 a festeggiare lo storico 4-3 con la Germania ai Mondiali e ovviamente in corteo, armato di tricolore, per il nostro terzo titolo, Spagna ‘82, contro la Germania Ovest (31). Il capolavoro di Bearzot e di una squadra leggendaria - tra le più amate di sempre - dove Paolo Rossi segnava appena sfiorava il pallone e quel gentiluomo di Scirea dirigeva la difesa. Per un maledetto incidente d’auto, è l’unico di quel gruppo, Gaetano Scirea, a non festeggiare con noi i 110 anni della Nazionale: Zoff , Bergomi, Cabrini, Gentile, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Oriali, Graziani, ma anche Altobelli, Causio e Antognoni tra i protagonisti memorabili di quell’impresa.

Presa diretta

Dall’87 in poi, il mio racconto diventa in prima persona, testimone e complice di un’avventura umana e sportiva che ti segna per sempre. Gli Europei dell’88 (eliminati in semifinale), sotto la guida di quel galantuomo di Vicini che aveva trapiantato in Nazionale i suoi ragazzi dell’Under 21, Zenga, Ferrara rara, De Napoli, Donadoni, Giannini che non era ancora principe e Vialli e Mancini, oggi di nuovo insieme in azzurro, team manager e Commissario tecnico. È il Mondiale italiano del ‘90 che grida ancora vendetta. Le notti magiche di Schillaci e soci avvelenate da una deviazione di testa di Caniggia a Napoli contro l’Argentina, con Maradona furbo e provocatore a toccare il cuore dei napoletani, «oggi vi chiedono di tifare Italia, per il resto dell’anno siete quelli di Forcella e del colera». Era il nostro Mondiale, eravamo i più forti e giocavamo meglio di tutti,anche per questo la finale di Bari contro l’Inghilterra (2-1) fu un trionfo di pubblico e di affetto. Luci e ombre negli anni a venire, non qualificati agli Europei Svezia 92, con il conseguente esonero di Vicini e lo sbarco in Nazionale di Arrigo Sacchi, il primo CT che non arrivava dalla scuola di Coverciano, ma dai trionfi internazionali del Milan. Senza esagerare, a Usa ‘94 credo di aver perso 5 anni di vita per “merito” di Sacchi e del suo megafono, “intensi intensi, attaccare attaccare”; l’elastico difensivo, un pressing infernale sperimentato nella “gabbia” costruita appositamente nel ritiro del New Jersey. Dopo averci salvato contro la Nigeria dalla deportazione in Siberia (peggio della Corea 1966), Roberto Baggio e una squadra stremata non riuscirono a battere in finale il Brasile di Rosario e Bebeto, e un’altra sconfitta ai rigori (come a Italia 90), ci consegnò “solo” la medaglia d’argento, comunque il miglior risultato della storia della Nazionale dall’altra parte del mondo. Rigori fatali anche nel ‘98 in Francia; Europeo perso a 30” dalla fine nel 2000 contro la Francia per un maledetto golden gol che poi è stato sepolto dalla Fifa; il furto senza destrezza messo a segno in Giappone-Corea da quel killer travestito da arbitro di Byron Moreno; nel 2004, dopo un altro Europeo sfortunato, vittime del biscotto tra Svezia e Danimarca, ecco l’impresa di Marcello Lippi nel 2006.

L’ultimo trionfo

Un costruttore di gioco ma anche un costruttore di teste, in uno dei passaggi più amari della storia del calcio italiano. In piena Calciopoli: quando qualcuno chiedeva di degradare Cannavaro, togliendogli la fascia di capitano, la magistratura perquisiva le abitazioni di alcuni calciatori, al Governo veniva chiesto di ritirare la squadra o addirittura qualche patriota riverniciato invitava a tifare contro l’Italia. Una squadra di uomini veri, orgoglio senza pregiudizio, la voglia di dimostrare al mondo che un gruppo di mascalzoni corrotti e prezzolati non poteva rovinare, con il calcio scommesse, l’immagine del nostro sport. È stata un’avventura straordinaria, cresciuta piano piano, alla conquista del quarto titolo mondiale, ma soprattutto alla riconquista di un affetto e di una considerazione che Calciopoli aveva sporcato. Un gruppo solido, rabbioso, convinto, guidato da un uomo spigoloso ai limiti dell’antipatia, ma capace di toccare il cuore dei suoi uomini: una spina dorsale formata da Buffon, Cannavaro, Gattuso, De Rossi, Pirlo, Del Piero, con il genio di Totti, la fatica di Zambrotta, Materazzi, Grosso, i polmoni infiniti di Perrotta e Camoranesi e la professionalità di tutti gli altri. «Ho capito che quella volta ai rigori avremmo vinto noi - racconta sempre Lippi - perché nessuno si nascondeva o girava la testa dall’altra parte. Erano tutti pronti a battere il loro penalty». Anni sfortunati, quelli successivi, con due eliminazioni precoci in Sud Africa e in Brasile e un’Eurofinale persa con la Spagna e poi l’Europeo con tanta voglia di riscatto firmato da Antonio Conte, fino al disastro della mancata qualificazione ai Mondiali 2018: una Federazione mediocre, una gestione della Nazionale incompetente ma spocchiosa, ha tenuto l’Italia a casa dopo 50 anni da protagonisti sulla scena internazionale. La parola adesso a Roberto Mancini che in Nazionale - da giocatore - non ha avuto il successo che la sua classe avrebbe meritato. Il resto è cronaca degli ultimi mesi, in attesa che si ricominci a vivere dopo questo incubo collettivo e che anche la Nazionale possa tornare in campo, con un gruppo di giovani arrembanti e di qualità, da far crescere con saggezza. Centodieci anni sono più di una vita. Da quella prima partita, il 15 maggio 1910, in maglia bianca a Milano contro la Francia, la storia della Nazionale si identifica per molti versi con la storia del Paese. Ma una cosa - sarà bene ricordarlo - va qui richiamata a chiusura di questa cavalcata azzurra, inevitabilmente sintetica. Alla Nazionale bisogna voler bene tutti i giorni, non soltanto quando si va al Circo Massimo a festeggiare la vittoria di un Mondiale.

Italia, 110 anni fa la prima partita

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