Mancini, com'è stretta la via del ct

Mancini, com'è stretta la via del ct© Getty Images
Alessandro Barbano
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Non sai se brucia di più la qualificazione della Svizzera o il sospetto che il trionfo di Wembley sia stato solo un esito casuale e sproporzionato. Sulle immagini degli azzurri che arrancano senza mai pungere contro una modestissima Irlanda del Nord, sfuma la memoria dei gesti atletici, dei numeri, dell’intesa corale che ci hanno portato sul trono d’Europa. E resta l’Italietta che si specchia nella mediocrità delle squadre di club. Riconoscendosi a pieno.

Sebbene ingeneroso, questo giudizio, frutto delle emozioni tristi di una partita ignobile, serve tuttavia a prendere atto che nessun ciclo può darsi per scontato, e che a un anno dal Mondiale, dove potremmo non arrivare mai, s’impone quasi una rifondazione. Che non riguarda solo la Nazionale, ma l’intera struttura del calcio italiano, di cui la Nazionale è parte.

Il successo dei ragazzi di Mancini è stata una piacevole eccezione, ma poggiava su piedi d’argilla. Perché l’infortunio di Spinazzola diventa un colpo non assorbibile se il campionato non offre che tre o quattro esterni di ruolo, non tutti all’altezza. E perché la mancanza di opzioni in attacco e a centrocampo condanna il ct a blindare il gruppo squadra, che pure non dimostra una condizione atletica accettabile. Si può pareggiare con la Bulgaria, con la Svizzera e perfino con l’Irlanda del Nord, che in casa ha concesso poco a chiunque, ma non si può procedere in un affievolimento progressivo di forze e di lucidità, fino al punto di non fare neanche un tiro in porta nel secondo tempo della partita dove tutto il futuro è in gioco.

La remissività mostrata ieri a Belfast è il punto più basso di una parabola discendente a cui Mancini ha assistito senza riuscire a porre riparo, barricandosi in una ingannevole fiducia. L’inadeguatezza di Emerson e Belotti, l’appannamento di Locatelli, Barella e Jorginho, il balbettio di Insigne dovrebbero averlo fatto ricredere. L’esito di questo girone di qualificazione dimostra quanto falso sia il luogo comune che suggerisce di non cambiare squadra che vince. È vero il contrario, poiché la vittoria è solo una garanzia del passato. Non si cambia la squadra che si confermi attrezzata per ripetersi. Dal pari con la Bulgaria è stato evidente che non era il caso dell’Italia.

Ma è altresì vero che l’agibilità di Mancini era ridotta all’osso, poiché quasi niente di nuovo è venuto dal campionato. E quel poco che pure c’è, si rivela immaturo alla prova dei fatti. Guardate la gaffe di Tonali, che, dopo un perfetto recupero sul contropiede avversario, atterra stupidamente e senza motivo l’avversario che gli corre davanti, beccandosi all’inizio della gara un’inutile ammonizione, e poi scomparendo dal gioco per paura di avere nuove inconsulte reazioni.

È fosco il destino di un calcio senza reali investimenti sui vivai e senza occasioni per quei pochi talenti che pure arrivano in prima squadra. È fosco il cielo davanti alla Nazionale. Perché gli spareggi di marzo sono più vicini di ciò che pare. Perché potremmo trovarci contro un’altra big come Portogallo, Polonia e Svezia, o anche due. E perché i club di qui a quella data continueranno a puntare sui loro pagatissimi senatori vicini ai quaranta, lasciando poco spazio ai giovani.

Con spirito istituzionale Mancini ha alzato un ombrello sulla Nazionale ferita. Dopo la sconfitta ci ha messo la faccia per dire che si va avanti, convinti di poter arrivare in Qatar, ritrovando lo spirito degli Europei. Ha fatto ciò che spetta a un leader maturo di fronte a un rovescio così repentino e doloroso. Ma in cuor suo, da ieri sa bene che la ricerca di un equilibrio perduto nel calcio è la più ostinata delle pretese. E che un nuovo equilibrio va cercato provando altre soluzioni, ammesso che in giro se ne trovino di credibili. In bocca al lupo, mister.

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