Italia, la sindrome dell'82

Italia, la sindrome dell'82© ANSA
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Italo Cucci

Ho letto di tutto, in questi giorni, sulla Nazionale e su Gigio Donnarumma. Mi è mancata solo un’osservazione pratica, banale: come siamo messi, col portiere? Gigio è ancora una sicurezza, come un anno fa, o la crisi parigina ha fatto su di lui danni duri a riparare? Ho letto dalla penna sensibile di Francesco De Luca sul Mattino una generosa difesa del giovane/capitano (è un problema anche questo?) e tuttavia proprio alla fine della accurata analisi resta viva l’impressione negativa lasciata dalle sue ultime imprese, Macedonia compresa.
Forse ci voleva Tiziana Alla della Rai perché l’argomento-Donnarumma risaltasse in tutta la sua consistenza melodrammatica. Tiziana - con la quale ho lavorato anni alla “Giostra dei gol” di Rai International - è una giornalista che sa fare il suo mestiere con competenza e stile, non ha aggredito il fanciullone aspirando a farsi eroina, anche se di ’sti tempi far domande logiche e lecite diventa esibizione di coraggio se non di maramaldaggine. Anch’io - come tanti italiani non necessariamente milanisti arrabbiati - ho pensato male del Gigio e non per i suoi malbenedetti stramilioni ma perché stava esibendo cazzate: arrivato al “gioco basso” ho imprecato, come feci tanto tempo fa per Buffon, il grandissimo che si è preso la sua parte di critiche non essendo anche lui - almeno in questo campo - un buon incassatore. Ma capisco l’archiviazione della evidente crisi del Gigio con l’aria che tira.  
Dovrebbe trattarne Myrta Merlino - nell’omonima sua trasmissione tv - soprattutto perché è compagna di Tardelli. Mi spiego: ogni dieci anni, in questi giorni - e Marco potrebbe confermarlo - torna la Sindrome dell’Ottantadue, e le insolenti bischerate dei criticonzi che accompagnarono con pernacchie e veleni il Vecio Bearzot e i suoi prodi al Mundial di Spagna pesano ancora sugli scribi eredi di tanto italico disfattismo.  
Sto leggendo articolesse Dufour più dolci dei Baci Perugina, e sfilano protetti dal “non c’ero, e se c’ero dormivo” improvvisati narratori del “chi li ha visti?”, neofiti cantori dell’Italietta che per poco tempo Mancini trasformò un anno fa in Grand’Italia.  
Avendo vissuto malamente quei giorni (tuttavia finiti in serena felicità) sono compiaciuto del senso di misura, della correttezza usata nei confronti di Mancini, dei suoi eroi 2021 e dei suoi avanguardisti 2022, ma vorrei mettere in guardia Roberto: oggi rischia il gratuito consenso (salvo rare e non feroci critiche) ereditato da coloro che salirono in fretta sul carro dei vincitori nell’82 e non ne sono più scesi, lasciando solo naturalmente e fatalmente il posto a quelli del 2006 (nonostante una tentata baldraccata contro Lippi, Buffon, Cannavaro e compagni) finché a Wembley è stato vidimato il biglietto di permanenza. (Ghiotta occasione - quella - per una devota visita ai “Trionfi di Cesare”, le grandiose tele di Andrea Mantegna conservate nel Palazzo del Bagno di Hampton Court a Londra, che hanno ispirato il secolare approdo dei pentiti sul carro dei vincitori. Antesignano dei pullman scoperti che s’aggirano nelle nostre città in caso di vittoria).  
Prima di adattarci - fisicamente e con lo spirito - alla visione salottiera di un mondiale che l’Italia salta per la terza volta (Giulio Onesti, quanto ci manchi) auguro sinceramente a Roberto Mancini di trovare, d’ora in avanti, una critica esperta e severa che lo aiuti a ricostruire la nostra cara Nazionale.

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