Zambrotta crede nell'Italia di Gattuso: "Ecco perché Rino è l'uomo giusto per la Nazionale"

L'ex terzino, campione del mondo nel 2006 insieme al nuovo ct, ha parlato ai microfoni di 'Vivo Azzurro Tv': cos'ha detto

ROMA - Rino Gattuso è l'uomo giusto per l'Italia del calcio. Ne è convinto un altro ex azzurro come Gianluca Zambrotta, che insieme al nuovo commissario tecnico (scelto dalla Figc per sostituire Luciano Spalletti) ha vinto la Coppa del Mondo nel 2006 in Germania.

Italia, Zambrotta punta su Gattuso

"Rino può restituire entusiasmo e identità alla Nazionale - dice Zambrotta ai microfoni di 'Vivo Azzurro Tv' -. È preparato, ha esperienza, ma soprattutto è uno che ha sempre superato ogni difficoltà con spirito di sacrificio e umiltà". Valori condivisi, nel Dna di una generazione cresciuta nei campi di provincia con il sogno di giocare per la Nazionale: "Andavamo anche da infortunati - sottolinea - solo per farci visitare dal medico, nella speranza di restare il più possibile. Perché la maglia azzurra non si discuteva: si amava e basta". 

 

 

La gavetta tra Como e Bari, poi Juve e Nazionale

Prima di diventare campione del mondo, proprio come 'Ringhio', Zambrotta era un ragazzo qualunque ma con grandi sogni. "Sono nato e cresciuto a Como e ho iniziato a dare i primi calci al pallone nel 1986. Andavo a giocare all'oratorio. Tutto è iniziato nel campetto di Rebbio, con l'US Alebbio e mister Giorgio Taiana, che ricordo ancora con affetto. Lì è iniziato tutto". Esordisce in Serie B con il Como il 28 maggio 1995 (Como-Cesena 2-0), lanciato da un eroe del 'Mundial' 1982 come Marco Tardelli. Poi due stagioni in Serie C1 e una Coppa Italia di categoria, decisa anche da un suo gol in finale contro la Nocerina (4-0). Nel 1997 passa al Bari: Eugenio Fascetti lo trasforma in esterno a tutta fascia, in un 3-5-2 allora rivoluzionario. Corre, si sacrifica, segna poco ma incide. Nel febbraio 1999 arriva la prima chiamata in Nazionale, a Pisa contro la Norvegia (0-0): "Ero al Bari, davanti c'erano mostri sacri. Ma io pensavo solo a lavorare". Poi la Juventus: prima Ancelotti, poi Lippi. È lui a spostarlo terzino, intuizione decisiva: "Camoranesi era più forte nell'uno contro uno. In quel ruolo, trovai spazio prima in squadra e poi in Nazionale, dopo l'addio di Maldini".


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Zambrotta nella storia con l'Italia di Lippi nel 2006

Zambrotta diventa così uno dei terzini più completi al mondo. In bianconero divide la stanza prima con Zinedine Zidane, poi con Pavel Nedved, rispettivamente Pallone d'Oro 1998 e 2003. Arriva il 2006. Il Mondiale. Il sogno. Ma anche la paura. Si fa male all'inizio: stiramento al retto femorale. Ma Lippi crede in lui e nel gruppo: "Ha fatto un lavoro unico. Ha costruito un muro per proteggerci e, se qualcosa usciva da quel muro, si arrabbiava, come avete visto in una famosa conferenza stampa". Dagli ottavi con l'Australia alla semifinale con la Germania. Fino al trionfo di Berlino: "Ogni volta che rivedo quelle immagini, mi sembra ieri. Far parte della storia azzurra mi riempie d'orgoglio. Sapere di aver contribuito a una di quelle quattro stelle è qualcosa che porterò dentro per sempre".

Il piano per rifondare il calcio giovanile con Prandelli e Perrotta

Dopo il calcio giocato, Zambrotta diventa un punto di riferimento per i giovani calciatori. Fonda l'Eracle Football Club, una società dilettantistica, per farli crescere liberi e far loro vivere il calcio in maniera leggera, compreso il figlio Riccardo, classe 2012: "Cerco di trasmettere gli insegnamenti che i miei genitori hanno dato a me: libertà, nessuna pressione e divertimento". Insegnamenti che ritornano anche nel piano per rifondare il calcio giovanile che sta definendo insieme a Cesare Prandelli, ct della Nazionale dal 2010 al 2014, e Simone Perrotta, campione del mondo 2006 insieme a lui: "Vogliamo far divertire i ragazzi, senza insistere su troppe informazioni tattiche. Puntiamo sulla tecnica, sulla fantasia. Perché oggi sono sempre meno i talenti. E dobbiamo tornare a cercarli davvero".

 

 

 

 


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"Rino può restituire entusiasmo e identità alla Nazionale - dice Zambrotta ai microfoni di 'Vivo Azzurro Tv' -. È preparato, ha esperienza, ma soprattutto è uno che ha sempre superato ogni difficoltà con spirito di sacrificio e umiltà". Valori condivisi, nel Dna di una generazione cresciuta nei campi di provincia con il sogno di giocare per la Nazionale: "Andavamo anche da infortunati - sottolinea - solo per farci visitare dal medico, nella speranza di restare il più possibile. Perché la maglia azzurra non si discuteva: si amava e basta". 

 

 

La gavetta tra Como e Bari, poi Juve e Nazionale

Prima di diventare campione del mondo, proprio come 'Ringhio', Zambrotta era un ragazzo qualunque ma con grandi sogni. "Sono nato e cresciuto a Como e ho iniziato a dare i primi calci al pallone nel 1986. Andavo a giocare all'oratorio. Tutto è iniziato nel campetto di Rebbio, con l'US Alebbio e mister Giorgio Taiana, che ricordo ancora con affetto. Lì è iniziato tutto". Esordisce in Serie B con il Como il 28 maggio 1995 (Como-Cesena 2-0), lanciato da un eroe del 'Mundial' 1982 come Marco Tardelli. Poi due stagioni in Serie C1 e una Coppa Italia di categoria, decisa anche da un suo gol in finale contro la Nocerina (4-0). Nel 1997 passa al Bari: Eugenio Fascetti lo trasforma in esterno a tutta fascia, in un 3-5-2 allora rivoluzionario. Corre, si sacrifica, segna poco ma incide. Nel febbraio 1999 arriva la prima chiamata in Nazionale, a Pisa contro la Norvegia (0-0): "Ero al Bari, davanti c'erano mostri sacri. Ma io pensavo solo a lavorare". Poi la Juventus: prima Ancelotti, poi Lippi. È lui a spostarlo terzino, intuizione decisiva: "Camoranesi era più forte nell'uno contro uno. In quel ruolo, trovai spazio prima in squadra e poi in Nazionale, dopo l'addio di Maldini".


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