Italia, un bagno d'umiltà
Leggi il commento alla Nazionale di Gattuso, pronta per la semifinale playoff dei Mondiali
Con l’aria che tira, anche Gattuso risulta un po’ meno Ringhio e un po’ più Mario Draghi o Mario Monti. È l’uomo della disperazione che magari non piace a tutti, ma che tutti si fanno piacere, perchè non è questa la situazione per essere partigiani, faziosi, magari schizzinosi. Gattuso guida una compagine d’emergenza per la stagione più critica dell’Italia azzurra, intesa come potenza mondiale del calcio. Difatti parla proprio come un Draghi, whatever it takes: «Dobbiamo pensare alla partita di giovedì e a niente altro, né al fatto che abbiamo vinto quattro Mondiali, né al fatto che non giochiamo un Mondiale dal 2014».
Sembra tutto così surreale, un lessico da eroismi e sacrifici estremi, per l’Irlanda del Nord. Senza offesa. Ma non c’è niente di inverosimile, in queste forzature: oggi come oggi, e non da oggi, non siamo quelli che hanno vinto quattro Mondiali, siamo quelli che nemmeno lo giocano dal 2014. E che soprattutto si sono ficcati nella fosca condizione di rischiare un’altra impronta di scarpa sul didietro, riducendoci a cercare un posto last minute, tra gli ultimissimi disponibili, giocandoceli con altri disperati come noi. E allora ecco perchè nessuno ha più voglia di recitare la parte del Marchese Del Grillo nemmeno con l’Irlanda: in questi ultimi anni abbiamo mostrato ovunque le pezze al sedere della nobiltà stracciona, non è proprio il caso di snobbare nessuno.
Un immane bagno di umiltà, ecco cosa è questo dentro-fuori delle due partite che restano. L’Italia che va in campo deve giocarle come i finalisti del 1982 e del 2006, uguale la tensione e uguale l’attesa, con la piccola differenza che quelle volte si giocava per il massimo, stavolta per il minimo. Sperando che questo minimo non sia il massimo possibile per la Nazionale e il calcio italiani di oggi, perchè a quel punto c’è da chiedersi quale senso abbia andare ai Mondiali americani sapendo già di non avere la caratura, di essere degli imbucati senza credenziali in regola. Ma questo in fondo è già troppo portarsi avanti. Realismo impone di restare al qui e all’adesso, con i fondamentali tutti sgangherati: siamo fuori con largo anticipo dalle Coppe, molti azzurri sono mezzi azzoppati, alcuni come Chiesa devono smettere prima ancora di cominciare. E là fuori da Coverciano c’è sempre il mezzo Paese che tifa contro, gli antitaliani per partito preso, ma anche i delusi e gli arrabbiati per la deformità di questo nostro calcio assurdo, povero di qualità e sempre troppo ricco di vanagloria.
A Gattuso è rimasto il cerino in mano. Se non altro, si trova improvvisamente stampellato dalla mobilitazione di una certa società civile, come si dice in queste ore di referendum. È la mezza Italia che comunque vuole essere italiana fino in fondo, attricette e parlamentari, dentisti e fioristi, commercialisti e muratori, disposti nei momenti cruciali a deporre le lamentele per puro spirito identitario. Mano sul cuore e inno a palla. Con un piedino sul baratro, ci diciamo ogni volta che l’Italia dà il meglio di sé nei momenti peggiori. Se è davvero così, se è ancora così, nel ramo calcio potremmo strafare: dei momenti peggiori, questo è il peggiore.
Sembra tutto così surreale, un lessico da eroismi e sacrifici estremi, per l’Irlanda del Nord. Senza offesa. Ma non c’è niente di inverosimile, in queste forzature: oggi come oggi, e non da oggi, non siamo quelli che hanno vinto quattro Mondiali, siamo quelli che nemmeno lo giocano dal 2014. E che soprattutto si sono ficcati nella fosca condizione di rischiare un’altra impronta di scarpa sul didietro, riducendoci a cercare un posto last minute, tra gli ultimissimi disponibili, giocandoceli con altri disperati come noi. E allora ecco perchè nessuno ha più voglia di recitare la parte del Marchese Del Grillo nemmeno con l’Irlanda: in questi ultimi anni abbiamo mostrato ovunque le pezze al sedere della nobiltà stracciona, non è proprio il caso di snobbare nessuno.
Un immane bagno di umiltà, ecco cosa è questo dentro-fuori delle due partite che restano. L’Italia che va in campo deve giocarle come i finalisti del 1982 e del 2006, uguale la tensione e uguale l’attesa, con la piccola differenza che quelle volte si giocava per il massimo, stavolta per il minimo. Sperando che questo minimo non sia il massimo possibile per la Nazionale e il calcio italiani di oggi, perchè a quel punto c’è da chiedersi quale senso abbia andare ai Mondiali americani sapendo già di non avere la caratura, di essere degli imbucati senza credenziali in regola. Ma questo in fondo è già troppo portarsi avanti. Realismo impone di restare al qui e all’adesso, con i fondamentali tutti sgangherati: siamo fuori con largo anticipo dalle Coppe, molti azzurri sono mezzi azzoppati, alcuni come Chiesa devono smettere prima ancora di cominciare. E là fuori da Coverciano c’è sempre il mezzo Paese che tifa contro, gli antitaliani per partito preso, ma anche i delusi e gli arrabbiati per la deformità di questo nostro calcio assurdo, povero di qualità e sempre troppo ricco di vanagloria.
A Gattuso è rimasto il cerino in mano. Se non altro, si trova improvvisamente stampellato dalla mobilitazione di una certa società civile, come si dice in queste ore di referendum. È la mezza Italia che comunque vuole essere italiana fino in fondo, attricette e parlamentari, dentisti e fioristi, commercialisti e muratori, disposti nei momenti cruciali a deporre le lamentele per puro spirito identitario. Mano sul cuore e inno a palla. Con un piedino sul baratro, ci diciamo ogni volta che l’Italia dà il meglio di sé nei momenti peggiori. Se è davvero così, se è ancora così, nel ramo calcio potremmo strafare: dei momenti peggiori, questo è il peggiore.
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