Serena, una ventata d’ottimismo: "Italia ai Mondiali, l’Irlanda del Nord non può spaventarci"
Aldo Serena, ex attaccante di Inter, Milan, Juventus e Nazionale, tifa per la squadra di Gattuso, impegnata nei playoff per i Mondiali. E come tutti gli italiani spera di vedere gli azzurri protagonisti nel torneo che si disputerà in estate tra Stati Uniti, Messico e Canada.
Serena, si immagina un altro Mondiale senza l’Italia?
«È un unicum quello che sta succedendo. Stare fuori tre volte di fila sarebbe una cosa mai vista. C’è ancora la possibilità di farcela, mi auguro di sì per tutto il movimento italiano. Abbiamo bisogno di andare ai Mondiali».
Gattuso è l’uomo giusto per questa missione?
«Non era facile entrare in corsa, ma c’era bisogno di una svolta. Quando capitano scossoni a metà del percorso, non ci sono tutte le opportunità: si valutano sul momento. Gattuso mi sembra comunque la persona più adatta. Non tanto sotto il profilo tecnico e tattico, ma come elemento che riesce a unire, per capacità empatica, di carattere e di dialogo emotivo. Insomma, secondo me è la persona giusta».
Cosa non ha funzionato durante le qualificazioni? La Norvegia era di un’altra categoria...
«La riflessione non va fatta solo sull’ultimo anno e mezzo. Il movimento calcistico italiano ha deficit strutturali che devono essere compensati nel medio periodo con delle riforme e dei cambiamenti. Serve programmazione. Nello specifico, per andare ai Mondiali si lavora per andarci, ma bisogna modernizzare l’impianto di cultura calcistica italiana. Bisogna aiutare le società dei territori, dove parte il movimento alla base. La legge Spadafora ha messo limitazioni forti sotto il profilo economico: bisogna invertire la rotta, far investire le società dilettantistiche e dare una qualità superiore ai ragazzi fin da piccoli».
L’Irlanda del Nord è il primo ostacolo e non sembra una montagna impossibile da scalare...
«Ai miei tempi era una squadra modesta e lo è anche adesso. Lo scoglio vero sarà Galles o Bosnia. Sono ottimista per la semifinale, ma poi in finale bisognerà fare una grande prestazione».
Meglio Galles o Bosnia?
«Bosnia senza dubbio».
La scelta di Bergamo come teatro della sfida le sembra vincente?
«Il tifo per gli azzurri sarà importante e coinvolgente. Quello di Bergamo aiuterà tanto i ragazzi».
Senza Scamacca e Chiesa l’Italia quanto perde?
«Davanti non mancano gli interpreti: ci sono Kean, Esposito, Retegui. In questo panorama mancano giocatori che nell’ultimo quarto d’ora possano risolvere la partita da soli o con una giocata. Zaniolo ha un carattere fumantino, non è facilmente gestibile, ma sa come uscire fuori dalle situazioni. Ci mancano inventiva, fantasia ed estro. L’assenza di Chiesa potrebbe pesare e al suo posto è stato chiamato Cambiaghi».
Esposito è pronto per essere titolare in azzurro?
«È un attaccante bravissimo a fare determinate cose, ma non è completo. Se gioca con spazi davanti e in contropiede non è il massimo, ma quando c’è da appoggiarsi a lui fa sempre la cosa giusta: se girarsi o dare palla ai compagni. Ha uno sguardo periferico notevole. Se adoperato in un certo modo, può dare tanto».
Chi è la stella di questa Nazionale a parte Donnarumma?
«Barella e Dimarco possono essere decisivi. Anche Bastoni e Tonali sono due giocatori fondamentali».
Pisilli e Palestra rappresentano il nuovo che avanza.
«Pisilli era partito in sordina, Gasperini lo teneva sulle corde, ma quando l’ha fatto giocare il ragazzo ha mostrato corsa e qualità. Palestra è fortissimo, avrà una carriera importante: conduce palla con il destro e il sinistro allo stesso modo, fa cross precisi e sa attaccare».
Qualcuno è rimasto fuori dalle convocazioni: oltre a Zaniolo, anche Daniel Maldini, Bernardeschi, Pellegrini e Kayode. Non deve essere facile stare a casa.
«Quando lotti nella tua squadra di club puoi avere delle pretese. In Nazionale, invece, non puoi avere pretese. Devi dare tutto quando ti viene richiesto. Lotti e lavori per rientrarci. Solo testa giù e lavorare. La maglia azzurra va vista sempre come un premio: devi dare senza avere qualcosa in cambio o discutere».
Qual è il suo ricordo più bello in campo legato alla Nazionale?
«Il ricordo più bello è quello del 1990: il gol all’Uruguay ai Mondiali. C’era un’unione collettiva, sentivamo l’Italia con noi. Da Marino partivamo e facevamo 50 chilometri tra bandiere e cori. L’Olimpico era pieno di sentimento, affetto, amore profondo. Quel gol contro l’Uruguay è stata pura gioia».
Il ricordo meno bello?
«Eravamo convinti, volevamo vincere Italia ’90. Io ho partecipato in negativo sbagliando un rigore contro l’Argentina in semifinale. Quella è una ferita che sanguinava fino a poco tempo fa, si è cicatrizzata, ma ogni tanto duole ancora».
Bearzot, Vicini e Maldini. Ha avuto grandi maestri.
«Erano allenatori cresciuti nella Federazione. Avevano una struttura relazionale e un confronto con i giocatori di un certo tipo. Avevano un modo diverso di mediare, quasi da psicologi».
L’esperienza che più l’ha segnata?
«Le Olimpiadi di Los Angeles. Sono stati giorni di gioia, relazione e crescita personale. La vita nel villaggio olimpico era incredibile, soltanto lì ho trovato la vera essenza dello sport».
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