Italia, il valore dell’unità
Non dobbiamo essere severi: questi siamo. Lo sapevamo anche prima di Bergamo, lo sappiamo da oltre un decennio. Non potevamo perciò aspettarci giocate strepitose, intuizioni tottiane, dribbling ubriacanti (un tempo si diceva così). Serviva la vittoria e l’abbiamo ottenuta. Per un tempo ci siamo ubriacati - sì - ma di noia: siamo stati più piatti dell’isola di Pianosa. Soltanto nella ripresa la superiorità sulla sessantanovesima nazionale nel ranking Fifa, incapace di trovare la porta di Donnarumma, ha prodotto il gol di Tonali, quello che ci ha aperto il passaggio alla finale di martedì.
La nostra arma è - non può che essere - il bisogno quasi fisico di tornare al Mondiale, al quale possiamo abbinare l’unità del gruppo, la solidità di alcuni giocatori, l’energia di Kean, Barella, Pio, Mancini, Tonali. Agli Europei 2021 avevamo qualcosa e qualcuno in più sul piano della qualità, ma in fondo è stato proprio il senso di squadra a portarci al titolo: non nei numeri, ma nell’unità risiede la nostra forza.
A proposito di unità e di condivisione dei temi e dei problemi: limitandosi alle prime cinquanta posizioni, nella classifica sulla libertà di stampa nel mondo, l’Italia è al quarantanovesimo posto. I giornali, ti dicono tutti, sono un cascame novecentesco. Da almeno quarant’anni, a intervalli regolari, ripetono la stessa cosa del cinema. Film e quotidiani continuano a uscire, informare, a raccontare il presente. Limitandosi alle prime cinque posizioni, nella classifica sulle querele temerarie ricevute da giornalisti e testate, l’Italia è leader assoluta. I giornali non servono, sono anacronistici, giurano, oggi l’informazione viaggia altrove. Se fossero fuori dal tempo non esisterebbe l’urgenza di informarsi e la rete non ruberebbe continuamente i loro contenuti.
Il Corriere dello Sport-Stadio, rispettando una tradizione mai venuta meno, domani non sarà in edicola. Andare in redazione e rinnovare tutte le volte la magia di riscrivere il presente interpretando il futuro è quello che facciamo ogni giorno, considerandolo un impegno, un privilegio e un divertimento.
Non uscire ci rende tristi, scioperare non è mai una festa. Ma esistono principi che vanno oltre le corporazioni e le categorie. Ci parlano di noi. Ci permettono di specchiarci senza rimpianti. Ci consentono di rinunciare a qualcosa perché a chi verrà dopo non tocchi la fame. Si sta tutti insieme, che splenda il sole o grandini insensatezza dal cielo come accade in questa primavera di guerra. La nostra battaglia si fa con le parole. Anche quando si incendia, non lascia macerie. Ci sono detriti che invece non si possono portare via. Perché quando si è in squadra si gioca in undici. Quando si lotta per un obiettivo comune si fa una corsa in più per chi non ha più fiato. Quando si indossa la stessa maglietta si prova a onorarla. Tutti insieme. Essere in edicola, sabato, non è solo una furberia. Non è solo saltare la fila mentre c’è chi aspetta in coda da ore. È una mancanza di rispetto nei confronti dei colleghi, oltre che di sé stessi.
