Clima e ambiente spettrali in Bosnia, l’Italia giocherà in uno stadio malmesso e con l’erba alta

I nostri inviati ci raccontano la città della Bosnia, famosa per il carcere più duro della ex Jugoslavia, e il suo impianto cadente visto da dentro
Fabrizio Patania ed Edmondo Pinna
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INVIATI A ZENICA - «Lasciatemi cantare, con la chitarra in mano. Lasciatemi cantare, sono un italiano». Un salto indietro di quarant’anni, sembra di essere dentro un film, invece succede davvero sbucando nel piazzale davanti allo Zenica Hotel, dove tra poche ore parcheggerà il pullman dell’Italia. Ci accoglie la canzone senza tempo di Toto Cutugno, un brano presentato al Festival di Sanremo del 1983, pochi mesi dopo il Mondiale in Spagna. È solo un caso, una coincidenza, ma la musica nella veranda dell’albergo che ospiterà il ritiro azzurro ci fa sentire a casa per un attimo. Il pensiero corre a Gattuso, il ct cresciuto davanti al mare calabrese di Schiavonea. Un italiano vero, al confine tra l’estasi e il tormento: riacciuffare il Mondiale dopo dodici anni o restare fuori per la terza volta di fila. Rino, a costo di non tornare indietro senza risultato, forse sarebbe disposto a incatenarsi.

Il carcere più duro

Zenica non è famosa solo per le acciaierie e le ciminiere che hanno inquinato l’aria della città e fatto scattare l’allarme di ambientalisti e cittadini per l’incremento di casi di tumore negli ultimi dieci anni. Qui risiede anche la più celebre e dura prigione della ex Jugoslavia, ora solo della Bosnia Erzegovina, costruita nel 1886 e diventata simbolo del tessuto sociale. Un vanto per gli ultras del Nogometni Klub Čelik Zenica, a cui si deve il nome Robijasi, “detenuti” in italiano. La fama del carcere è cresciuta dopo la sesta stagione della serie tv “Inside the World's Toughest Prisons” (all'interno delle prigioni più dure del mondo) targata Netflix ambientata in città.


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L'erba alta nello stadio

C’è un altro campo di calcio accanto all’albergo. Il fiume Bosna separa il quartier generale dell’Italia dallo stadio Bilino Polje, distante in linea d’aria appena 400-500 metri. Tutto tranquillo, negozi chiusi, poche anime in giro. È domenica, la città pare addormentata. Piove, ma non diluvia. La temperatura si è alzata rispetto a due giorni fa. Sei gradi. La neve ha imbiancato le colline circostanti. Si vede lungo l’autostrada A1 di collegamento con Sarajevo e sino all’ingresso a Zenica, ma non ha attecchito in centro e neppure sul campo dove cercheremo l’America. Qualche mucchio è rimasto dietro alle panchine. Un cancello dietro la curva nord, quella più alta, è aperto. Si può entrare. Le guardie sono all’ingresso del parcheggio riservato. Nessuna ci ferma. Raccontano i media bosniaci che avrebbero sistemato e “scaldato” il campo con dei macchinari per sciogliere la neve. Non sapremo mai se è vero (e sono già stati rimossi) o se si tratta di letteratura da romanzo. Visto da vicino, non sembra un disastro, ma c’è una controindicazione: erba più alta del normale, i tacchetti e gli scarpini potrebbero affondare su un terreno di gioco di questo tipo. Un aspetto di cui tenere conto, ma il Club Italia è informato. Un emissario della Figc venerdì e sabato era qui per il consueto sopralluogo e controllare la situazione. Le notizie hanno spinto Gattuso a cambiare programma. Il ct avrebbe voluto allenare l’Italia sul campo della finale con la Bosnia, invece la partenza è slittata al pomeriggio. Questa mattina gli azzurri si alleneranno a Coverciano prima di volare con un charter a Sarajevo e raggiungere Zenica in pullman con un trasferimento di 70 chilometri.

Lo stadio sold out

Non è certo il vecchio Trafford di Manchester. Lo stadio cade quasi a pezzi, è fatiscente. Riflettori arrugginiti, scalini sgretolati. Ne bastano dieci per salire sulla gradinata Sud e ritrovarsi dietro la porta. Una delle due curve è bassissima. Solo le inferriate e un tornello, che fa tanta malinconia anni Settanta, la separano dalla strada. Palazzoni di edilizia sovietica, alti quaranta o cinquanta piani, si affacciano sul Bilino Polje. Come e perché l’Italia, testa di serie, sia costretta a giocarsi il Mondiale per sorteggio in un posto come questo nel 2026 resta uno sconcio di cui chiedere conto a Infantino.


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INVIATI A ZENICA - «Lasciatemi cantare, con la chitarra in mano. Lasciatemi cantare, sono un italiano». Un salto indietro di quarant’anni, sembra di essere dentro un film, invece succede davvero sbucando nel piazzale davanti allo Zenica Hotel, dove tra poche ore parcheggerà il pullman dell’Italia. Ci accoglie la canzone senza tempo di Toto Cutugno, un brano presentato al Festival di Sanremo del 1983, pochi mesi dopo il Mondiale in Spagna. È solo un caso, una coincidenza, ma la musica nella veranda dell’albergo che ospiterà il ritiro azzurro ci fa sentire a casa per un attimo. Il pensiero corre a Gattuso, il ct cresciuto davanti al mare calabrese di Schiavonea. Un italiano vero, al confine tra l’estasi e il tormento: riacciuffare il Mondiale dopo dodici anni o restare fuori per la terza volta di fila. Rino, a costo di non tornare indietro senza risultato, forse sarebbe disposto a incatenarsi.

Il carcere più duro

Zenica non è famosa solo per le acciaierie e le ciminiere che hanno inquinato l’aria della città e fatto scattare l’allarme di ambientalisti e cittadini per l’incremento di casi di tumore negli ultimi dieci anni. Qui risiede anche la più celebre e dura prigione della ex Jugoslavia, ora solo della Bosnia Erzegovina, costruita nel 1886 e diventata simbolo del tessuto sociale. Un vanto per gli ultras del Nogometni Klub Čelik Zenica, a cui si deve il nome Robijasi, “detenuti” in italiano. La fama del carcere è cresciuta dopo la sesta stagione della serie tv “Inside the World's Toughest Prisons” (all'interno delle prigioni più dure del mondo) targata Netflix ambientata in città.


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