Buffon, il firmatario della bancarotta e la dura partita della dignità
È Gravina a girare con il bersaglio disegnato addosso, com’è giusto e naturale per un capo vero. Ma non c’è nessuno, o sono comunque troppo pochi, che parli di Buffon. Eppure, se il fallimento epocale ha un volto, questo volto non può non essere che il volto del portiere mondiale. Non è un mistero per nessuno: nel pieno della crisi post-Spalletti, Gravina ha pensato di uscirne a braccia alzate affidando la questione a un nome - direbbero oggigiorno - iconico. Il simbolo, l’emblema. Credendo bastasse. Come una foglia di fico per coprire le intime vergogne. A quel punto, Buffon si è messo al lavoro. Giustamente, legittimamente, ha fatto tutto di testa sua. Gli hanno dato le chiavi di casa, ha fatto il padrone di casa.
Buffon e il trappolone dell'amichettismo
L’idea: riproporre un vintage del 2006, quello spirito e quell’impresa. Credeva che bastasse mostrare i canini e ringhiare al mondo per restituire un carattere e una personalità a un gruppo di ragazzi che non ne ha (al massimo, è un gruppo che può competere a livello mondiale sul piano dei tatuaggi). In più, è caduto nel trappolone molto italiano dell’amichettismo, cioè contornarsi di una sua corte fidata, basata non tanto sul merito oggettivo, quanto sullo stretto legame personale, anche per trovare un impiego all’amico rimasto a piedi (vedi Gattuso, vedi Bonucci). Patto di sangue tra fedelissimi e avanti a testa bassa, altro che le filosofie astruse di Spalletti: adesso facciamo noi, con i muscoli e con la clava. Naturalmente, Buffon ha fatto benissimo a girare il suo film. Quando si ha una responsabilità così grande, ma anche piccola, è giusto riuscire o sbagliare in proprio. Peccato sia finita male.
