Buffon, il firmatario della bancarotta e la dura partita della dignità

Leggi il commento dopo il ko degli Azzurri e sul futuro dell'ex portiere
Cristiano Gatti
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È Gravina a girare con il bersaglio disegnato addosso, com’è giusto e naturale per un capo vero. Ma non c’è nessuno, o sono comunque troppo pochi, che parli di Buffon. Eppure, se il fallimento epocale ha un volto, questo volto non può non essere che il volto del portiere mondiale. Non è un mistero per nessuno: nel pieno della crisi post-Spalletti, Gravina ha pensato di uscirne a braccia alzate affidando la questione a un nome - direbbero oggigiorno - iconico. Il simbolo, l’emblema. Credendo bastasse. Come una foglia di fico per coprire le intime vergogne. A quel punto, Buffon si è messo al lavoro. Giustamente, legittimamente, ha fatto tutto di testa sua. Gli hanno dato le chiavi di casa, ha fatto il padrone di casa.

Buffon e il trappolone dell'amichettismo

L’idea: riproporre un vintage del 2006, quello spirito e quell’impresa. Credeva che bastasse mostrare i canini e ringhiare al mondo per restituire un carattere e una personalità a un gruppo di ragazzi che non ne ha (al massimo, è un gruppo che può competere a livello mondiale sul piano dei tatuaggi). In più, è caduto nel trappolone molto italiano dell’amichettismo, cioè contornarsi di una sua corte fidata, basata non tanto sul merito oggettivo, quanto sullo stretto legame personale, anche per trovare un impiego all’amico rimasto a piedi (vedi Gattuso, vedi Bonucci). Patto di sangue tra fedelissimi e avanti a testa bassa, altro che le filosofie astruse di Spalletti: adesso facciamo noi, con i muscoli e con la clava. Naturalmente, Buffon ha fatto benissimo a girare il suo film. Quando si ha una responsabilità così grande, ma anche piccola, è giusto riuscire o sbagliare in proprio. Peccato sia finita male.

 


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Buffon, la fine della storia

E allora eccoci al nocciolo della questione: assieme a Gravina che l’ha scelto, il primo a doversi togliere di mezzo è proprio Buffon. Regista del film, firmatario della bancarotta. Sarebbe il minimo: quando una nave cola a picco, il comandante non ha molte scelte. O sei Schettino, o coli a picco con la tua nave. In questi giorni si capirà che razza di capitano sia Buffon: se di quelli pronti a risalire sulla prima nave che passa, come se niente fosse, oppure se è di quelli che considerano il ruolo non tanto per fare i pavoni nelle serate di gala, ma soprattutto per prendersi le responsabilità nel mezzo dei naufragi. In quel posto di capodelegazione azzurro, qualunque cosa voglia dire, si sono seduti Gigi Riva e Gianluca Vialli. Certo non erano campioni del mondo, ma in fondo anche questa è la dimostrazione che non serve un trofeo per essere automaticamente persone sagge. Buffon ha alzato il trofeo, ma nel proseguire della sua vita ancora deve dimostrare d’essere così saggio. Nel disastro generale, questa è l’occasione per inventarsi qualcosa nella dura partita della dignità. Sempre che non preferisca passare alla storia soltanto per uno scontatissimo gioco di parole: essere il primo capodelegazione che con il solo cognome rappresenta perfettamente la delegazione.

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È Gravina a girare con il bersaglio disegnato addosso, com’è giusto e naturale per un capo vero. Ma non c’è nessuno, o sono comunque troppo pochi, che parli di Buffon. Eppure, se il fallimento epocale ha un volto, questo volto non può non essere che il volto del portiere mondiale. Non è un mistero per nessuno: nel pieno della crisi post-Spalletti, Gravina ha pensato di uscirne a braccia alzate affidando la questione a un nome - direbbero oggigiorno - iconico. Il simbolo, l’emblema. Credendo bastasse. Come una foglia di fico per coprire le intime vergogne. A quel punto, Buffon si è messo al lavoro. Giustamente, legittimamente, ha fatto tutto di testa sua. Gli hanno dato le chiavi di casa, ha fatto il padrone di casa.

Buffon e il trappolone dell'amichettismo

L’idea: riproporre un vintage del 2006, quello spirito e quell’impresa. Credeva che bastasse mostrare i canini e ringhiare al mondo per restituire un carattere e una personalità a un gruppo di ragazzi che non ne ha (al massimo, è un gruppo che può competere a livello mondiale sul piano dei tatuaggi). In più, è caduto nel trappolone molto italiano dell’amichettismo, cioè contornarsi di una sua corte fidata, basata non tanto sul merito oggettivo, quanto sullo stretto legame personale, anche per trovare un impiego all’amico rimasto a piedi (vedi Gattuso, vedi Bonucci). Patto di sangue tra fedelissimi e avanti a testa bassa, altro che le filosofie astruse di Spalletti: adesso facciamo noi, con i muscoli e con la clava. Naturalmente, Buffon ha fatto benissimo a girare il suo film. Quando si ha una responsabilità così grande, ma anche piccola, è giusto riuscire o sbagliare in proprio. Peccato sia finita male.

 


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