Ognuno al proprio posto
Quando arriva la tempesta bisogna limitare al massimo le sortite. Gravina l’altra sera a caldo era anche partito bene («la crisi è grande, bisogna ridisegnare il calcio, la federazione fa sintesi ma ci sono i club e le leghe»). Poi si è fatto prendere la mano. Sarebbe bastato complimentarsi con gli altri sport, invece si è avventurato in analisi strampalate, scambiando Arianna Fontana* per una sciatrice, arrivando a parlare di sport di Stato, distinguendo tra professionisti e dilettanti. Arrivando - cosa ancora peggiore - a invocare una riflessione anche da parte della politica italiana. Entrata in campo in modo altrettanto strampalato: con il ministro Abodi che parla, al di là della richiesta di dimissioni, di eventuali estremi per un commissariamento della Federcalcio, triangolando con il Coni. Ma gli estremi non ci sono, le regole sono chiare. Lo stesso Coni non può e non deve fare niente. Registrata la reazione offesa - e comprensibile - di tutto il mondo degli altri sport (una per tutti, Massimo Stano*: “quella dichiarazione è un po’ gravina…”), questa è la crisi del calcio - e di un mondo di addetti ai lavori travestito da ultrà o viceversa, salvo poche eccezioni - ed è il calcio che deve venirne fuori. Da solo. Cadranno teste e probabilmente saranno quelle di Gravina, Buffon, Gattuso ma pensare di risolvere tutto azzerando i vertici e basta vorrebbe dire replicare errori del passato. Ognuno rispetti il proprio ruolo, il calcio stia al suo posto, guardi al suo interno. Riformare per dare più spessore alla Nazionale vuol dire che le altre componenti di quel mondo devono rinunciare a qualcosa, non esiste un piano B né imposizioni dall’alto, commissariamenti. Il mondo del calcio unisca puntini sotto gli occhi di tutti: è normale che Modric - pochi minuti nel Real Madrid l’anno scorso - venga qui a 40 anni a giocare sempre titolare nascondendo la palla a tutti? Togliamo la Bosnia e i suoi episodi: è normale che la Norvegia ci prenda a pallate sovrastandoci fisicamente prima ancora che tecnicamente? Abbiamo (ancora?) allenatori maestri di tattica, ma siamo sicuri che dal punto di vista fisico stiamo facendo le cose giuste? Perché quando giochiamo nelle coppe, gli altri corrono il doppio e la loro palla viaggia più veloce? E gli arbitri? Mentre ci azzuffiamo con il var di casa nostra, ci siamo accorti che all’estero certe cose non le fischiano più e mentre noi rotoliamo a terra gli altri fanno gol? Non è la politica che deve cambiare le cose e - per assurdo - neanche un nuovo presidente federale da solo. È tutto molto più complesso. Poi, certo, è giusto parlare di settori giovanili ma questo è un binario parallelo: seminare lì oggi - e va fatto - vuol dire raccogliere, forse, nel 2040. Le generazioni di Buffon, Nesta, Cannavaro, Totti, Del Piero, Maldini, Inzaghi e altri paradossalmente ci hanno illuso. Grazie al loro talento ce la siamo sempre cavata e pure bene. Oggi che quei talenti non ci sono più, il calcio sta facendo abbastanza per stare sopra la linea di galleggiamento? Viene in mente Velasco (un alieno quando ha provato a mettere i piedi nel mondo del calcio): non basta fare le cose per bene, nello sport bisogna fare meglio degli altri. A occhio, non ci siamo. Per trovare soluzioni non serve un ministro: solo competenza, umiltà, visione generale. Ed è straordinario che a fronte di una voragine aperta ormai da anni, si trovi il tempo per parlare degli altri sport che sanno come allenarsi, gareggiare. E vincere.
*Arianna Fontana fa short track (mette i pattini e va sul ghiaccio), l’atleta più medagliata alle Olimpiadi nella storia dello sport italiano. Massimo Stano è campione olimpico e mondiale di marcia.
