«Più Maradona stava male, meno lo curavano»

L'estrema sintesi è della Procura di San Isidro che ha in mano tantissimo materiale. Il tuttofare Pomargo al medico Luque: «Le figlie non lo devono portare via. Dobbiamo resistere. Se ce la caviamo stavolta, ci sono soldi per tutti»
«Più Maradona stava male, meno lo curavano»
di Biagio Angrisani

ROMA - “Più Diego stava peggio e meno lo curavano” la sintesi è della Procura di San Isidro che conduce l’inchiesta per la morte di Maradona. Può apparire incredibile, ma c’è anche questo. Il materiale in mano al Procuratore capo John Broyad e magistrati inquirenti Laura Capra, Patricio Ferrari e Cosme Iribarren è così corposo da aggiungere un nuovo volume all’Enciclopedia di Denis Diderot.

MATERIALE A IOSA NELLE MANI DELLA PROCURA - Intercettazioni, materiale rinvenuto nelle chat, testimonianze, sms, carte sequestrate. In abbondanza per andare davanti al giudice di garanzia per una valutazione dell’accusa di omicidio colposo per negligenza dei sette indagati: il neurochirurgo Leopoldo Luque, la psichiatra Agustina Cosachov, lo psicologo Carlos Diaz che curò il Pibe nei mesi precedenti il decesso, l’infermiera Dahiana Gisela Madrid che assisteva Diego durante la convalescenza post intervento al cervello in una casa senza bombola di ossigeno o un defibrillatore, e l’infermiere Ricardo Almiron, anche lui presente il giorno del decesso di Maradova nel Barrio San Andres, Nancy Forlini, dirigente della compagnia assicurativa che si occupava della copertura clinica del Pibe de Oro e Mariano Perroni, impiegato della Medidom, società che gestiva il personale all'interno dell'abitazione dell'ex calciatore. E quando un medico chiede nuove analisi e controlli clinici per Maradona, il neurochirurgo Luque taglia corto: «Diego non ti vuole più vedere». Amen.

LA GESTIONE DEL PIBE - Ma non solo. Dalle indagini sono emerse anche altre posizioni da valutare: quelle del tuttofare Maxi Pomargo e del cognato avvocato Matias Morla, l’uomo che curava gli interessi di Maradona e ha tuttora tutte le chiavi per aprire i forzieri del patrimonio di Diego, in Argentina e nel resto del mondo. Nel materiale in mano alla Procura desta molta impressione la frase pronunciata da Maxi Pomargo a Leopoldo Luque: «Non lasciate che le figlie se lo portino via. Se succede, lo perdiamo. Dobbiamo resistere. Se ce la caviamo stavolta, ci sono soldi per tutti. Te ne devi occupare in prima persona perché da questo dipende il lavoro di tante persone». Così la "gestione" di un uomo malato, spesso in stato alterato di coscienza per vino, birre, marijuana e pillole di vario genere. Oppure quando Luque chiede a Morla meno alcol e marijuana nella vita di Diego, secca la risposta «Non posso farci nulla. Non sono io a rifornirlo. Io sono il suo avvocato, non sono suo padre». E quando Diego va a festeggiare il compleanno con i tifosi del Gimnasia, la squadra che allena, le immagini lo ritraggono in un pessimo stato. C'è un motivo: la sera prima Morla lo aveva fatto bere e fumare senza limiti. Per un paziente come Maradona con il cuore decisamente malandato, i vari "mix" tollerati dall'enturage, si possono anche leggere come pagine introduttive di cronaca di una morte praticamente annunciata. L'8 marzo inizierà il lavoro della commissione medica nominata dalla magistratura per valutare eventuali responsabilità alla luce del quadro clinico antecedente la morte del campione argentino. L'indagine complessiva non avrà tempi brevi nonostante la Procura di San Isidro stia lavorando con decisione sotto lo sguardo mediatico di milioni di individui in ogni angolo del mondo.

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