Sacchi: «Lo stress un valore, l'ansia è l'avversario»

L’ex ct: «Quella di Messi con la Croazia una resa annunciata. Ronaldo allena i neuroni, Neymar si è solo sfogato»
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Ivan Zazzaroni

«Vincemmo due a zero a Verona e non provai nulla. Quel Parma era una bellissima squadra e stava lavorando bene, eppure niente, nessuna emozione. Telefonai subito a mia moglie: “Torno a casa, ho capito che sono arrivato, non ne ho più”. Il cavalier Tanzi provò a dissuadermi, aggiungendo che non gli era mai capitato che qualcuno con uno stipendio come il mio, uno strapagato, si dimettesse. Risposi che non avevo intenzione di diventare il più ricco del camposanto». In materia di gestione dello stress e indigestione da ansia Arrigo Sacchi è un’istituzione internazionale, non sempre suo malgrado. «Da qualche parte ho letto che lo stress è il cestino della vita moderna, “tutti noi generiamo scorie, ma se non le smaltiamo correttamente si accumulano e superano la nostra vita”. Ma lo stress può anche essere un valore, se lo si riesce a controllare. Non credo di essere il solo allenatore ad aver tribolato per le pressioni, le tensioni, le aspettative generate dal calcio. Di Liedholm si diceva che fosse un freddo. Un giorno gli applicarono il cardiofrequenzimetro e se non gliel’avessero tolto dopo il primo tempo l’avrebbe fatto esplodere. Ci sono quelli che riescono a mascherare e quelli che non ce la possono fare neppure volendo».

Ad esempio Messi, per restare all’attualità: trascuro le crisi di vomito del 2016 e mi soffermo sul momento dell’inno di Argentina-Croazia, quella mano appoggiata alla fronte, lo sguardo assente.

«Mi ha commosso. Quella scena indicava una crisi e annunciava il disastro, era una resa dichiarata».

Arrigo, ti credo, ma neanche la sensibilità del tecnico più acuto può arrivare a capire tutto in un frammento di secondo.

«Semifinale col Real, giochiamo al Bernabeu, Gullit c’era già stato. Gli dico: piazzati all’uscita della scaletta che porta al campo e guarda gli avversari negli occhi, poi dimmi quanti ti hanno sfidato. Ruud li fa sfilare tutti e undici, viene da me e mi spiega che soltanto uno non aveva abbassato lo sguardo. In quel momento ho capito che avremmo vinto. Lo stress può essere amico ma anche nemico imbattibile. L’esperienza accumulata, gli anni, le cose provate più volte spesso non bastano. E non c’è maxistipendio capace di creare anticorpi. Uomini, siamo. Non penso che il principe Carlo si innamori più di Maciò».

Chi è Maciò?

«Chi era, è morto. Maciò era un personaggio di Fusignano. Rovistava nei cassonetti, ogni tanto gli davano un lavoro nei campi, ed era a suo modo un filosofo. Un giorno gli regalarono un coniglio – scusa se divago, posso?».

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