La miopia della Fifa e i contentini di Infantino, hanno svenduto l'Europa: nel '90 14 posti ai Mondiali…
ROMA - Maggio 1988. Il Muro di Berlino scricchiola ma non è ancora venuto giù, David Hasselhoff deve ancora iniziare a girare la nuova serie, Baywatch, ma soprattutto non ha ancora pubblicato il suo singolo “Looking for Freedom”, inno che i giovani tedeschi canteranno nell’autunno di un anno dopo radunandosi alla porta di Brandeburgo, il che conferma che, tra le altre cose scomode, decenni di regime comunista implicano il doversi accontentare di qualsiasi disco in arrivo da Occidente. L’Unione Sovietica non si è ancora frantumata, in Jugoslavia l’odio tra popoli e culture diverse non è ancora sfociato nell’orrore che conosciamo.
Due Germanie, ma anche 22 federazioni in meno: Italia ‘90 è un torneo a 24 squadre, gli azzurri sono qualificati di diritto come Paese ospitante e 32 federazioni si giocano gli altri 13 posti. Vuol dire che al torneo finale più di una squadra su due (14 su 24) verrà dal Vecchio Continente. Vuol dire che il 42% delle nazionali europee approderà al torneo. Dall’altra parte dell’emisfero, con l’Argentina già qualificata di diritto per il trionfo del 1986, la Conmebol manderà complessivamente tre squadre su dieci in Italia, più una quarta allo spareggio interzona. Cioè la Colombia, che superò Israele, nel frattempo espulso dalla confederazione asiatica e membro temporaneo dell’Oceania in attesa di passare alla Uefa. Al nord e centro America spettano 2 slot su 16 federazioni, idem alle africane che per il momento sono ancora in 26.
Mondiali, 48 squadre alla fase finale
Autunno 2025. Le qualificazioni europee che stanno per concludersi, aspettando i playoff di marzo, allineeranno alla fine 16 squadre in Canada, Stati Uniti e Messico. Una nazionale su tre del torneo verrà dal Vecchio Continente ma solo il 29% delle nazionali europee (16 su 55, anzi 54 con la Russia sospesa) avrà un pass per i mondiali. La confederazione sudamericana ha già qualificato 6 squadre su 10 alle quali potrebbe aggiungersi, via spareggi intercontinentali, la Bolivia: arriverebbe così al 70% di rappresentanza.
In questa corsa globale al pass per il torneo 2026 c’è evidentemente qualcosa che non torna. Il problema è duplice: uno pratico, legato al format, e ne parleremo a parte; uno politico, ed è quello centrale: la divisione di posti tra le sei confederazioni.
La Fifa spalanca le porte al Sudamerica
Quello che è accaduto negli ultimi 35-40 anni è evidente. Sotto la guida del brasiliano Havelange, guarda un po’, la Fifa si è preoccupata di garantire maggiore rappresentanza alla confederazione sudamericana. Nell’era Blatter si è dedicata ad accontentare le confederazioni emergenti, Africa e Asia. D’altra parte il voto delle Samoa Americane, ultime affiliate nel 2007, fondamentalmente vale quanto quello di Brasile, Germania, Italia, Argentina. Infantino si è mosso esattamente nella stessa direzione. Per motivi elettorali ha continuato a guardare verso le realtà emergenti. Per motivi economici ha sposato la causa dal Qatar, vendendolo come il primo Mondiale strutturato come un’Olimpiade, tutte le gare concentrate intorno a Doha; ora va a braccetto con Trump, che si sente il padrone di un torneo che copre mezzo emisfero di latitudine, dal Canada al Messico: altro che chilometri zero.
Mondiali, l’Europa tradita dalla Fifa
L’Europa non è stata invece sostenuta in anni in cui, accanto a quella politica, è stata ridisegnata completamente la geografia calcistica del Vecchio Continente. Non si è trattato semplicemente di registrare l’affiliazione di nuove federazioni come accaduto altrove, è cambiato il numero e il livello delle contendenti. Jugoslavia e URSS, frantumandosi, hanno generato più nazionali che nel tempo hanno scalato il ranking Fifa: la Croazia oggi è 11ª, la Serbia 26ª; l’Ucraina 27ª. Ancora: Repubblica Ceca e Slovacchia, una volta divise, sono arrivate allo stesso livello (44ª e 46ª posizione) e nutrono le medesime ambizioni.
La realtà è che l’allargamento del mondiale a 48 squadre ha generato solo un contentino, senza sanare lo squilibrio che si è creato negli ultimi tre decenni. Intanto dei 16 posti in più due sono stati “bruciati” per i Paesi organizzatori, che sono diventati tre, sicché la Concacaf è arrivata ad avere 6 squadre (su 35 federazioni) più una settima che potrebbe qualificarsi dagli spareggi intercontinentali. Una mancia è stata garantita anche all’Oceania, che per la prima volta ha una squadra garantita al mondiale. Per il resto: l’Asia raddoppia rispetto al 2022 e arriva a 8; idem l’Africa, da 5 a 9. La Uefa ha guadagnato tre slot rispetto al Qatar salendo a 16, è vero, ma tanti top player, protagonisti nei Big 5 e in Champions, resteranno a casa. Però, tranquilli: forse arriva la Bolivia.
