La cerimonia con Shakira e tanti vip, fuori proteste e scontri. E al Mondiale almeno ci lasciano cantare…
Fuori una distesa di calendule, il fiore del Día de los Muertos, che le madri dei desaparecidos stendono ai piedi della polizia. Dentro risuonano le note di “Dai Dai”, la colonna sonora del Mondiale americano cantata da Shakira con il rapper Burna Boy: «Lo sapevi fin dal giorno in cui sei nato / Che questo è il tuo posto / Ciò che ti ha spezzato una volta ti ha reso più forte». La partita inaugurale della Coppa del Mondo 2026 mostra già i primi paradossi. Sembra un po’ un revival dell’edizione 2010: la popstar colombiana che firma l’inno, Messico-Sudafrica in campo, allora a padrona di casa invertita. Stavolta è el Tri a dare il primo calcio d’inizio al Mondiale più allargato e forse anche più controverso di sempre. Alla sua maniera, come aveva fatto quarant’anni fa sempre in casa: anche allora il Paese era diviso, vessato dalla crisi economica e dal terremoto che l’anno precedente aveva causato oltre 10.000 vittime. Allora la nazionale unì il Messico, stavolta insegnanti, autotrasportatori, ambientalisti e familiari delle oltre 130.000 persone scomparse nel Paese sono scese per le strade contro il governo. Le manifestazioni annunciate da giorni hanno bloccato Città del Messico: le fonti locali parlano di scontri con la polizia dopo il lancio di pietre e altri oggetti da parte di una frangia dei manifestanti, mentre nei pressi della Fan Zone vicina allo stadio gli agenti avrebbero usato gas lacrimogeni per impedire alla protesta degli insegnanti di raggiungere la piazza principale della capitale.
Le cerimonie
Il primo calcio d’inizio, dicevamo, perché stasera alle 21, e poi alle 3 di questa notte, ci saranno altre due cerimonie d’apertura: una in Canada e l’altra negli Stati Uniti, che hanno organizzato il torneo insieme al Messico. Con un pizzico d’Italia grazie al regista dell’evento, Marco Balich, che ha introdotto varie novità, tra cui la sfilata simbolica delle 48 squadre partecipanti e la disposizione di tutti i giocatori - ma proprio tutti - attorno al cerchio di centrocampo per gli inni nazionali. Le bandiere dei tre Paesi ospitanti hanno sfilato vicine: prima il Canada, all’esordio da organizzatore, poi gli Stati Uniti e per ultimo il tricolor, alla terza accoglienza mondiale e celebrato dal boato degli 80.000 dell’Azteca. «Il simbolo unificante per eccellenza della Fifa è la Coppa del Mondo - ha detto a Dazn Balich, sedici cerimonie tra olimpiche e paralimpiche - Ci devi credere tu, ti devi commuovere tu per primo». Dentro lo stadio lo show è eccessivo, pieno, colorato. La Fifa ha puntato molto sulla fiesta messicana, sui fuochi d’artificio e sullo slogan scelto da Infantino: “Il calcio unisce il mondo”. La cerimonia nel mitico stadio inizia con uno spazio dedicato alla musica e alle tradizioni messicane, con al centro del campo una gigantesca riproduzione in cartapesta della Coppa del Mondo, mentre in tribuna il presidente della Fifa Gianni Infantino mostra sorridente l’originale.
I vip e Bocelli, orgoglio italiano
Tanti i vip protagonisti: l’attrice candidata all’Oscar Salma Hayek è scesa in campo come ambasciatrice del Mondiale e ha dato il suo «benvenuti in Messico» mentre Andrea Bocelli (ancora un po’ di orgoglio nazionale) ha fatto emozionare con “Dna”, inno del torneo. Non è una ripetizione: per questa edizione del Mondiale la Fifa ha scelto di lanciare un intero album invece che la solita canzone ufficiale. «Tornare a Città del Messico, una città che mi ha sempre accolto con straordinario calore, mi riempie di gioia e gratitudine», ha detto Bocelli. Il palcoscenico d’altronde è di quelli che trascendono la leggenda: è il prato del Partido del Siglo, della Mano de Dios, del Gol del secolo. L’ultima volta che una partita della Coppa del Mondo aveva illuminato l’Azteca, in campo c’era un uomo che una settimana prima aveva fatto urlare agli aquiloni cosmici. Era il 29 giugno 1986 quando Maradona vinse il suo primo e unico Mondiale. Oggi tocca alle 48 nazionali del Mondiale extralarge inseguire la storia.
