Gianni Infantile

Leggi il commento sulle recenti parole del presidente della Fifa sulla mancata convocazione dell'Italia al Mondiale
Cristiano Gatti
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Abbiamo il battutista del secolo. Ma chi sarà mai il Mago Forest: il signore della satira è il signore del calcio mondiale, Gianni Infantino. In vena di sarcasmo spaccone come il Giangi al bar dell’angolo, il presidente della Fifa non resiste alla tentazione di infierire su noi poveri martiri, per la terza volta buttati fuori dal gran galà dei Mondiali. Parlando al microfono del canale brasiliano CazéTV (non è un altro battutone, si chiama davvero così, alle volte le combinazioni), queste le parole: «Vediamo come funzionerà la Coppa del Mondo a 48 squadre. È un torneo enorme. Abbiamo parlato anche di 64 squadre per coinvolgere ancora di più il mondo del calcio. Magari con 64 squadre l’Italia si qualificherebbe. Potremmo arrivare a 228 per vedere se ci riesce...». E ride, come tutti i comici pessimi, che ridono prima del pubblico.

Scherzone per scherzone, potremmo chiamarlo Gianni Infantile, adottando lo stesso livello di umorismo. Ma conviene lasciarlo solo, sul suo pianeta della simpatia. Naturalmente sarà il primo a spiegarci, come ai matrimoni lo zio Battista spiega la sua barzelletta porcella, che si tratta di una battuta piena di affetto e di solidarietà verso un Paese tanto amato, da sempre. Ci spiegherà anche che vuole solo sdrammatizzare, certo. Così che alla fine saremo noi a uscirne ulteriormente rimpiccioliti, perchè non sappiamo neppure stare allo scherzo, proprio non capiamo l’ironia. Ma lasciandogli questo ciarpame di scontate banalità del dopo, mai e poi mai sarà il caso di offenderci sul serio, magari innalzando subito il tricolore e le tiritere dell’orgoglio nazionale, come puntualmente una certa politica sta facendo, meritandosi una vera dose di sarcasmo su toni e lessico grottescamente risorgimentali. 

La questione è molto semplice: il battutista Gianni Infantino non dovrebbe preoccuparsi di dove è finita l’Italia, ma di quanto lui ha snaturato, alterato, manipolato la filosofia dei Mondiali. Ammassare in tre Paesi diversi un’Onu così vasta di squadre, tra queste parecchie improbabili, non è come gli piace dire operazione di “inclusione” su vasta scala. Certo così la vende perchè suona molto romantica, mo’ avemo il nuovo Decubertèn direbbe Cetto La Qualunque, ma non è difficile percepire l’ipocrisia demagogica contenuta nel pacchetto: in realtà, sciolto il fiocco di tanta poesia, tutti sappiamo che dentro al pacco dono c’è solo una mostruosa, insaziabile, incontenibile voracità di business. Più l’evidente convenienza politica: casualmente, ha aperto a 48 squadre ampliando i continenti che portavano certi voti. E cosa importa se così la grande rassegna risulta chiaramente sbilanciata, sacrificando il peso di continenti storici come l’Europa, favorendo quella specie di variopinti carrozzoni simil gay-pride (senza offesa per nessuno) che fanno soprattutto folklore. 
Ha poco da ironizzare, il battutista: l’idea delle 228 nazioni gli viene dall’inconscio, dove si nasconde la sua vera ambizione, come dimostra l’indefessa attività di questi anni, compresi i memorabili baci alla pantofola di Trump. Che poi nel suo Mondiale perfetto ci sia o non ci sia l’Italia, conta zero. Noi finalmente ci siamo convinti di essere inadeguati a qualunque Mondiale. Dignitosamente, il battutone ce lo facciamo da soli: messi come siamo messi, non ci qualificheremmo neanche a un Mondiale con 328 squadre. Ma dopo tutto non è poi così male scansare i Mondiali organizzati da un comico. 


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