Meno urli, più ti ascolto

Il commento di Franco Recenatesi sulle telecronache del Mondiale
Franco Recanatesi
Franco Recanatesi

5 min

Pubblicato il 24.06.2026, 13:27

Regola numero uno: poche ma appropriate parole, non dimenticate che lo spettatore vede la partita come voi. Regola numero due: non alzate la voce, siete in casa d’altri. Regola numero tre: lo spettatore accende la tv per vedere la partita e non per sentire voi. C’erano anche altre raccomandazioni nel vademecum del telecronista che la Rai distribuì negli anni 70 – “usare parole semplici”, “non esagerare nelle divagazioni durante la partita”- e che io ho riassunto basandomi sui ricordi di un’epoca in cui frequentavo abitualmente Sandro Ciotti, interminabili partite a biliardo nella sua bella casa di piazza della Libertà. Sandro mi mostrò i due fogli del vademecum commentando: «Sembra fatto da me». Quel regolamento era quasi pleonastico per una generazione di telecronisti che avevano in comune la discrezione, il tono pacato, l’educazione. Ciotti, Ameri e compagnia alzavano leggermente la voce per dire “rete”. E i loro successori lo stesso. Mai ho sentito gridare Nando Martellini. Il grande Nando, ormai in pensione, fu richiamato in servizio per i Mondiali di Italia ’90. Incaricato di commentare Uruguay-Corea del Sud, osservò candidamente: «È inutile che vi elenchi i nomi dei coreani, quando sarà il caso li menzioneremo durante la partita».

 

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Gli urlatori del Mondiale

Oggi avviene esattamente il contrario: tutti urlano, tutti ti riempiono la testa di dati, controdati, statistiche. Mi riferisco ai telecronisti di Dazn, una dozzina, inviati nei tre Paesi a raccontare il Mondiale 2026. Personalmente uso il contraccettivo più facile: azzero il volume. Ogni gol è un salto di decibel e poiché la maggior parte delle partite è da noi in notturna, la sonorità è doppia. Ma non solo il gol: il tono di voce si alza a stordire lo spettatore dall’inizio, quando le squadre entrano in campo: il telecronista grida il suo compitino che vorrebbe dare all’evento un senso storico. Questo del “cappello” è un vizietto inventato da Fabio Caressa, il primo a voler costringere la partita in un’epopea letteraria. L’avvento di Sky ha favorito il dilagare degli urlatori, anche se - non a caso - sono poi emersi i contrari: Compagnoni, Gentile, Marianella, composti e dediti all’essenziale. Sono le seconde linee di Sky a strapazzare i decibel, come se per emergere occorresse fare la voce grossa. Lo stesso avviene alla Rai. Alberto Rimedio e Stefano Bizzotto hanno una marcia in più rispetto agli altri cinque inviati al Mondiale. Non ora ma di recente, l’Assoutenti radio e Tv ha chiesto al settore sportivo della Rai “un maggiore equilibrio e rispetto per il pubblico”.

 

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L'esempio di Bruno Pizzul

Forse perché più giovane, forse per l’ansia di mettersi in mostra, i telecronisti di Dazn stanno inondando le case di informazioni spesso di nessun interesse e soprattutto di decibel. Per avere un’idea: una conversazione normale sprigiona 60/65 decibel, traffico intenso o aspirapolvere 70/75 dB, voce urlata o clacson 85 dB, asciugacapelli o asciugamano ad aria elettrica 90/95 dB. Ed è a questi due ultimi rilevamenti che gli urlatori di Dazn giungono spesso. Fastidiosi e persino pericolosi: è possibile subire danni dopo l’esposizione di circa due ore a 85 dB o dopo 50 minuti con 90/95 dB. Perché succede questo? Riporto un brano di un’intervista a Bruno Pizzul: poco prima della sua scomparsa: «Ai miei tempi si faceva scuola prima di essere mandati sui campi. E ci raccomandavano di parlare poco. Oggi i giovani colleghi sono preparatissimi, però siamo sommersi da un diluvio di parole che distraggono e a volte infastidiscono, come se la partita non fosse al centro di tutto. Tutto ciò che è autoreferenziale non va bene, il telecronista non è un attore». Ecco, dubito che i ragazzi di Dazn abbiano fatto scuola, dubito che si siano documentati su vecchie telecronache di questi mostri sacri dai quali potrebbero attingere ciò che nessuno ha loro insegnato. Esempio: invece di gridare roboanti sostantivi, siano più cauti. Pizzul definì il famoso gol di mano all’Inghilterra di Maradona, una “gherminella”. Detto col sorriso sulle labbra. Immaginate un episodio del genere che cosa scatenerebbe oggi.

 

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