La polvere del Mondiale
Tanto rumore per cosa? Dopo 104 partite il Mondiale più grasso della storia ci ha rifilato un’eredità che sa di polvere d’archivio, anche se in uno dei suoi romanzi, «Amuleto», Roberto Bolaño ammonisce: «Auxilio, lascia in pace quelle carte, guarda che la polvere è sempre andata d’accordo con la letteratura». Nel dettaglio, i cacciatori di braccetti «relazionali» e gli esploratori di lavagne quantiche battono in ritirata. La finale se la sono giocata la squadra del Noi, la Spagna delle sartine, e la squadra dell’Io, l’Argentina di Leo Messi. Con tutto il rispetto, non ci volevano né «Donaldo» né «Inzerbino», con i loro «quattro tempi» e mille scempi, per giungere a una simile conclusione.
La Spagna scuse le ambizioni della Francia, Inghilterra ancora impiccata al titolo del '66
La mia favorita era la Francia dei moschettieri. In bilico perenne tra i tesori del meticciato e il «cupio dissolvi» che la consuma sul più bello. In gergo, «puzza al naso». Gli aghi e le forbici di Luis de la Fuente l’hanno irrimediabilmente scucita dalla trama, dal tabellino, dalle ambizioni. Che Erling Haaland fosse il centravanti più centravanti del pianeta non costituiva, a spanne, un dossier top secret. Poi, è chiaro, se sei Diego Armando puoi spingerti «oltre» un certo punto; se non lo sei, solo «fino a». Sull’Inghilterra, a ogni edizione, si sveglia uno e sbraita: è la volta buona. Invece no. Non lo è mai. Si resta impiccati al titolo del 1966. Harry Kane e Jude Bellingham a tirare il branco, Thomas Tuchel a inventarsi un catenaccione, sull’1-0 con i «bravi» di Lionel Scaloni, oggettivamente al di là dell’utile e del futile. Kane stopper in versione Gatti, nel cortile della Pulce, mi mancava. Il Brasile non vince dal 2002. Si sperava nel fiuto curiale di Carlo Ancelotti. A ceneri ancora calde, e su un carro ormai deserto, gli hanno rinfacciato il sì al moribondo Neymar e il no al vispissimo (ma non vippissimo) João Pedro del Chelsea.
Come se non ci fossimo mossi da Coverciano
Voce dal loggione: e la favola di Capo Verde e del suo portiere, il quarantenne Vozinha? Il calcio ne è goloso - penso, in chiave europea, alla Danimarca del 1992 e alla Grecia del 2004 - ma la realtà, gli squilibri e i forzieri sono squali. Per scoprire che l’Africa ha nel Marocco il vagone più fornito di un treno che, in ambito continentale, rimane lontano dalla locomotiva dell’alta velocità, mica c’era bisogno di riscoprire l’America. Il Var in salsa yankee non ha trasformato il rodeo in un bivacco di boy scout. Quieto nella fase a gironi, ha sfruttato l’eliminazione diretta per accendere gli orgasmi di Pierluigi Collina in un’orgia di microchip, sensori e spidercam sui quali siamo saliti bramosi (e scesi basiti): il gol negato ai croati contro il Portogallo; il gol concesso agli inglesi contro la Norvegia. «Bussare o non bussare»? Da Lissone a Dallas s’indaga. Si torna al viagra del mercato domestico con Kylian Mbappé re dei cannonieri e Leandro Paredes re dei bassifondi (avevate dei dubbi?); con Leo che, a 39 anni, stava per arrampicarsi sull’impossibile, e Rodri padrone della regia e delle geometrie, evoluzione moderna di Euclide. Come se non ci fossimo mossi da Coverciano. Uffa.
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