Perché Leo Messi non è Diego Maradona
La pulce è là, seduto sull’erba falsa del MetLife, in lontananza i grattacieli di New York, seduto, ma non afflitto, abbattuto, devastato, solo assente. Sento nell’aria una nota romantica e straziante di Astor Piazzolla, la sua dolente fisarmonica. Nella finale che ha deciso il Mondiale americano, alla compagnia degli strenui difensori argentini, i guerrieri dell’ultimo tango, i muchachos di un sogno impossibile, la porta di Dibu Martinez, l’eroico Emiliano, bersagliata dagli innumevoli tiri degli spagnoli, è mancato il cuore di Leo. Nella battaglia selvaggia, per la superiorità spagnola che ha costretto la nazionale argentina a una eterna trincea, è mancato il leader spirituale, il profeta, la guida morale, il condottiero di grande cuore per tenere accesa una speranza di vittoria.
Nessuno sarà come Maradona
Leo Messi, il giocatore più forte del calcio moderno, non ha avuto la personalità di assistere e animare una squadra sotto perenne attacco. Nessuno, caro Diego, è stato, è e sarà come te. Questo è il punto. Nessuno ha la tua forza, il tuo coraggio, la tua ribellione nei momenti difficili. Nessuno è e sarà come Maradona. Leo è un carissimo ragazzo, ora un vecchio ragazzo di quarant’anni, con tutti i numeri del fuoriclasse, le sue serpentine da fuoriclasse, i suoi gol da fuoriclasse, ma il suo cuore non regge alle avversità, non sa ribellarsi, non sa sopravvivere. Tu eri così, caro Diego, un eroe irriducibile contro l’ingiustizia del Mondiale 1990 in Italia, contro la vergognosa America del Mondiale 1994, fiero, mai domo, il volto bellissimo offerto all’applauso sincero di chi ti conosceva bene. Ha pianto, Leo, mentre gli spagnoli festeggiavano, una riga di lacrime sul viso. Ma è apparso ancora assente, come era stato assente sul campo dove, per come si era messo il gioco, l’Argentina aveva bisogno di un leader carismatico per sopravvivere.
Leo si è arreso al suo tramonto
Aveva bisogno non tanto delle giocate supreme, ormai spente, ma di un uomo vero che tenesse in alto la bandiera, l’orgoglio, la vita dell’Albiceleste. Leo è rimasto ragazzo, con le fragilità dei ragazzi. E’ riuscito a portare l’Argentina in finale con le ultime giocate del suo supremo repertorio, ma non ha mai dato l’impressione di essere l’eroe magico, irriducibile, ribelle di una squadra che aveva assoluto bisogno di un leader forte, energico, presente per andare sino in fondo. C’è stata, sul prato del MetLife, come una rassegnazione di un fuoriclasse senza più vita, energia, cuore. Leo si è arreso al suo tramonto. Fa tenerezza e rimpianto delle sue giornate felici, quando è stato un purosangue del fubol. E’ stato grande Leo Messi. Ma non è stato mai Maradona, eroe infinito.
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