Gastaldellockdown

Gastaldellockdown© Bartoletti
Ivan Zazzaroni

«Finire questo campionato è una forzatura, giocare in estate dodici partite ci espone a rischi incredibili. Alle 16 e 30 è scandaloso. Non siamo macchine, siamo esseri umani. Non è giusto, dobbiamo dire la nostra. Nel resto dell’Italia non si percepisce quello che è successo in Lombardia. Questo campionato riparte in modo forzato e non sarà mai quello che si è concluso a marzo».

Per la seconda volta in un mese Daniele Gastaldello ha rilasciato un’intervista nella quale si è dichiarato contrario alla ripartenza - la prima la concesse a Repubblica, ieri a Radio Rai. Nei dieci mesi precedenti non aveva mai parlato con giornalisti che non fossero bresciani, ma questo è irrilevante.

Gastaldello è a fine carriera, il 25 giugno compirà 37 anni e cinque giorni dopo gli scadrà il contratto con il Brescia che potrebbe comunque offrirgli un ruolo dirigenziale (da agosto a marzo ha collezionato 4 presenze). L’uomo è perbene e ha il diritto di esprimere opinioni e trarre conclusioni soprattutto sul suo mondo, curioso però che l’abbia fatto dopo che il presidente dell’Aic Tommasi (Daniele è consigliere dell’associazione) ha dichiarato al Club di Sky che i calciatori vogliono tornare a giocare, e nelle ore in cui il presidente del Brescia si è detto pronto a completare la stagione e ad accettare, nel caso, la retrocessione sul campo. «Ci ho messo del mio», l’autocritica di Cellino.

Nessuno può costringere un uomo, in questo caso un atleta, a svolgere il proprio compito se non se la sente - viviamo in un Paese in cui l’assunzione di responsabilità non è un obbligo: è un optional -, e non importa se il professionista in questione ha 37 anni e sta per chiudere oppure venti e ha appena cominciato. Pertanto, se fossi il presidente di calciatori contrari a scendere in campo per paura del contagio o di altro (l’orario delle 16.30 non esiste più) li lascerei liberi di scegliere, li pagherei perché i contratti devono essere onorati, ma al tempo stesso pretenderei che la somma corrispondente alle presenze “saltate” fosse devoluta a un ospedale della zona oppure finisse in un fondo di solidarietà destinato ai giocatori cassintegrati delle serie minori. Gastaldello ha sottolineato che il campionato che ripartirà non sarà mai come quello che si è concluso a marzo. Gli vorrei chiedere dove ha vissuto dall’8 marzo a oggi e se l’esistenza che ha condotto nell’ultimo periodo somiglia anche solo lontanamente a quella interrottasi con il lockdown.

Questo giornale ha provato a spiegare ogni giorno i motivi per cui Federcalcio e Lega lottavano e ancora lottano insieme per concludere la stagione. Forse non siamo stati sufficientemente chiari e convincenti. E allora, per sviluppare il tema della “forzatura” alla quale ha accennato Gastaldello, mi affido anch’io all’economista Marion Laboure, docente a Harvard: «Saranno le società medio-piccole, che basano i loro introiti sui trasferimenti dei loro talenti, a subire il contraccolpo della crisi di liquidità dei grandi club acquirenti naturali e perciò destinati alla scissione con una Superlega: unico antidoto» ha spiegato Laboure che, come ha ricordato Enrico Currò su Repubblica, «ha elaborato uno studio sulle perdite nella stagione in corso delle big 20, le più ricche della classifica Deloitte, e una doppia simulazione per il 2020-21: una per l’eventualità di partite con pubblico ridotto (minori incassi da stadio e da sponsor), l’altra a porte chiuse (zero introiti da stadio e -20-30% di diritti tv). È quest’ultimo lo scenario più fosco, con il fatturato quasi sempre dimezzato: il Barcellona perderebbe 450 milioni rispetto agli 841 dell’ultimo bilancio, il Psg 360 su 636, la Juventus 215 su 460, l’Inter 215 su 460, la Roma 90 su 231, il Napoli 70 su 207». In altre parole: è in gioco la sopravvivenza dell’intero sistema. «In Francia siamo stati dei coglioni» parole senza musica del presidente del Lione Aulas.

La cosa bella di certe scelte rischiose è quando, a distanza di tempo, capisci che non hai fatto bene. Ma benissimo. 

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