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Figc, il ruggito del consiglio

Figc, il ruggito del consiglio
© Bartoletti

Siamo entrati nella settimana della ripartenza e nella Red Zone (zona rischio quarantena): venerdì, a più di tre mesi dal lockdown, è in programma la prima semifinale di Coppa Italia, Juve-Milan, e sabato tocca a Napoli-Inter. Oggi tutte le attenzioni sono però rivolte al consiglio federale nel quale la lega di A, con i suoi tre voti imbarazzati, tenterà di persuadere le altre componenti che nel calcio, non più sport ma industria (dichiarazione di Vilnius dell’Unione Europea), le retrocessioni e le promozioni sono un optional e vittorie, pareggi e sconfitte appartengono al pre-covid.

Tenendo in vita il povero algoritmo tanto caro agli inglesi, Gravina, che dal primo giorno ripete di voler portare a termine la stagione («mai la annullerò, non voglio essere il becchino del calcio»), rilancerà i playoff e i playout nel caso in cui la serie A dovesse subire un’altra sospensione a causa di più positività funzionali: il Cts viaggiare informati non sembra intenzionato a dimezzare la quarantena ed è probabile che la Figc imponga più tamponi, ma anche quest’ultima rete protettiva potrebbe non bastare di fronte all’ostinazione di alcuni presidenti, gli ispiratori del piano B Mai.

Negli ultimi giorni in via Rosellini si è tornati giustamente a discutere della scarsa incidenza della lega di A sui destini del nostro calcio indicando quale modello cui ispirarsi la Premier dove i club opererebbero in autonomia. Ho usato il condizionale perché in effetti si tratta di un’autonomia ridottissima, dal momento che la federazione inglese ha potere di veto su tutto, dalla scelta del ceo della lega all’acquisto della carta igienica con la scritta PL I love you: «Although the FA does not run the day-to-day operations of the Premier League» recita il regolamento «it has veto power over the appointment of the league chairman and chief executive and over any changes to league rules». Tradotto: la federcalcio non si occupa della quotidianità della Premier, ma può porre il veto su ogni sua iniziativa o delibera. Gravina o chi per lui in un sistema del genere andrebbe a nozze.

Due parole inevitabili sul conflitto di interessi che da sempre guasta questo sgangheratissimo Paese. Può essere di tre tipi: manifesto, sotterraneo o «a mia insaputa». Prima che Cairo e Malagò elevassero al soglio pontificio l’ottimo Gaetano Miccichè, membro del CdA della Rcs di Cairo e quindi ineleggibile, in via Rosellini governava Lotito investendo sulle debolezze dei colleghi e attraverso Maurizio Beretta, uomo Unicredit; dimessosi Miccichè, è salito al trono un altro manager, Paolo Dal Pino, suggerito da Roma e Lazio, ovvero dalla destra e dalla sinistra capitolina.

Tutti noi - chi più chi meno - coltiviamo interessi editoriali e conflitti familiari e per i nostri figli desidereremmo un Paese onesto, più lineare, liberatosi degli imprenditori che per gestire il potere hanno bisogno di “amigos” ovunque. Purtroppo viviamo in una realtà in cui, come direbbe zio, il più pulito c’ha la rogna.

Una cosa è certa, almeno per gli onesti: quando questa storia sarà finita, e comunque finisca, sarà necessaria una vaccinazione ai vertici e alla base per impedire che il virus dell’indecenza s’annidi nelle pieghe di regolamenti un tempo sacri, oggi gestiti come se fossero di un’azienda statale manovrabile a piacere secondo interessi politici - l’ipotesi migliore - o personali. Se fosse ancora al mondo Giulio Onesti non si scaglierebbe contro i mitici Ricchi Scemi, se la prenderebbe semmai con i Mecenati e i Cialtroni. Da chi l’ho già sentito dire?

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