Diamo un calcio ai vecchi vizi
Inizia la serie A dei poveri ma belli. Poveri perché le casse dei club sono a secco, i debiti alle stelle, gli esuberi una zavorra pesante. Belli perché portiamo in dote il titolo di campioni d’Europa, vinto con il coraggio, la fantasia, l’oculatezza.
Il calcio italiano è entrato nel tunnel della pandemia con tutti i suoi vizi, ne sta uscendo con qualche virtù. Un esempio virtuoso è l’aver ribaltato la priorità tra calciatori e allenatori, privilegiando i secondi sui primi. Meno top player, più intelligenza ed esperienza dietro le quinte.
Il maggior investimento sui tecnici lascia sperare che venga meno l’antica pratica dell’usa e getta, che da un anno all’altro ha ribaltato quattordici panchine su venti. La stabilità è simbolo e condizione di un progetto sportivo credibile e non dissipatorio. Soprattutto se vi si accoppiano lo sviluppo dei vivai e una ricerca selettiva dei baby talenti sui mercati internazionali. Sono le leve per recuperare una dimensione manifatturiera del calcio, che è il contrario degli azzardi finanziari visti fin qui. Ma che ha bisogno di tempo, di fiducia nei rapporti tra società e allenatori, di rispetto dell’autonomia di quest’ultimi.
Mourinho, Allegri, Inzaghi, Sarri, Gasperini, Pioli, Spalletti faranno la differenza. Perché esprimono identità forti. Non solo per la varietà dei moduli adottati, ma per il diverso dosaggio di equilibrio tattico con cui li interpretano, secondo un’impronta personale chiaramente riconoscibile. La lotta per lo scudetto si annuncia come una sfida tra i saperi, che fa il calcio più dotto, anche nel modo di raccontarsi.
I più forti e i favoriti non coincidono. Perché la rivoluzione di tante panchine e il mercato bloccato dalla crisi consegnano ai nuovi allenatori il compito di una rifondazione. Juve, Inter e Roma affrontano un vero e proprio reset. Napoli e Lazio cambiano guida. Solo Milan e Atalanta vanno in continuità. Il potenziale tecnico e atletico non è garanzia di successo, soprattutto se l’assortimento tra i talenti non è il frutto di una visione chiara.
Sulla carta la Juve ha ancora la dotazione migliore. I suoi ultimi affari segnano un’inversione strategica che punta sui giovani: Locatelli, Kaio Jorge e, prima ancora, Chiesa e Kulusevski sono acquisiti lungimiranti. Ma la rosa bianconera è il risultato di giustapposizioni non sempre compatibili, figlie di stagioni e pianificazioni diverse. Il centrocampo è un assemblaggio tutto da verificare. L’attacco porta dentro di sé l’equivoco irrisolto di una ronaldodipendenza costata al club tre anni di incompiutezza, al di là dei risultati. Riportare l’idolo alla dimensione umana è la grande sfida di Allegri. Sempre che il portoghese resti a Torino.
L’Inter è una scommessa dentro un’incognita. La scommessa riguarda la maturità di Inzaghi nel gestire una squadra che ha vinto perdendo pezzi e serenità. L’incognita è il destino societario del club, la sua affidabilità finanziaria, il modo con cui si dice o piuttosto si occulta la verità.
È l’anno che porta ai Mondiali. Bissare l’impresa è il sogno di Mancini e di un Paese che al calcio chiede molto. Per riuscirci bisogna rinunciare all’idea di replicare la formula dell’Europeo ed avere il coraggio di cambiare ancora. Al cittì non manca. Possono aiutarlo le performance di alcuni giovani che, si spera, trovino una maglia stabile, la condizione giusta, i gol. Zaniolo su tutti. È il maggior talento del calcio italiano da generazioni. La sua dotazione tecnico-atletica è addirittura esagerata e rappresenta, insieme, un patrimonio e un pericolo. L’autogestione di una macchina così potente è la grande responsabilità che la storia assegna a questo ragazzo padre. Che va aiutato, dentro e fuori dal campo.
Torna il pubblico, e non è poco. Vuol dire che giocare in casa non sarà più indifferente com’è stato nell’ultimo anno e mezzo. Vuol dire sottrarre il sudore degli atleti al virtuale televisivo e restituirlo alla vita. L’auspicio è che questo bagno di realtà non sia un ritorno al peggio che abbiamo lasciato alle spalle. I cori razzisti, la violenza ma anche la semplice volgarità stonavano prima del virus, sarebbero inaccettabili oggi. Non sono ammessi cedimenti o, peggio, connivenze. I club rinuncino alle loro antiche ambiguità, la Federazione sia inflessibile, l’ordine pubblico non abbia indulgenze. Torniamo allo stadio per convincerci che l’incubo è finito, che il calcio è tornato più bello, e che anche noi siamo cambiati in meglio.
