© ANSA Il pregiudizio nelle parole
La prova che nelle parole c’è il senso segreto della realtà la offre la cronista sportiva della Rai, quando dice che il gol di Kessie è stato annullato con la complicità del Var. Se il Var è complice, per lei esistono un reato e un colpevole. E il reato è certamente l’errore del reo, l’arbitro Massa, che dopo aver visionato la moviola dell’azione decide per il fuorigioco attivo di Giroud. La parola complice racconta in controluce il pregiudizio cognitivo di una parte dell’informazione sportiva italiana, che a tutto pensa tranne che a compulsare il regolamento e la casistica.
Ma nel regolamento ci sono altre parole, inequivocabili, che prosciolgono da sole il comportamento del Var e del direttore di gara. Perché definiscono attivo, e quindi censurabile, la condotta di chi interferisce con il gioco. Interferire è un verbo meraviglioso, perché connota con l’esperienza il suo valore semantico. Chiunque abbia giocato a calcio sa bene che vuol dire. Stare disteso a gambe larghe, con un avversario addosso, e alzare la gamba sinistra nel tentativo di toccare il pallone, che ti arriva contro, è un’interferenza oggettiva. Non parliamo qui di fuorigioco psicologico, che invece non esiste. Poiché non è la preoccupazione di avere Giroud alle spalle che influenza Juan Jesus, ma la presenza fisica dell’avversario sotto e dietro di lui, il condizionamento nei movimenti che il difensore azzurro subisce. Una domanda può chiarire meglio la questione. Se Giroud non gli fosse stato disteso sotto, il centrale del Napoli avrebbe potuto respingere il pallone in modo diverso, o più semplicemente avrebbe potuto alzarsi più velocemente? La risposta dell’esperienza è chiaramente affermativa.
Ma il regolamento va oltre. E tipizza una serie di fattispecie che connotano meglio il concetto di interferenza: 1) toccare o giocare il pallone passato o toccato da un compagno; 2) contendere il pallone all’avversario o impedirgli di giocarlo; 3) ostruirgli la linea di visione; 4) o più semplicemente tentare di giocare il pallone, che è vicino, quando questa azione impatta sulla capacità dell’avversario di giocarlo.
Il calcio è il palcoscenico dell’arbitro, non dell’arbitrio. Le regole talvolta sono confuse, ma non è questo il caso. Piuttosto le regole vanno studiate da chi il calcio lo racconta, altrimenti è la cronaca sportiva ad alzare un polverone sulla realtà. Invece i commenti dei giornalisti si dispongono purtroppo sulla base di un pregiudizio di campanile. I giornalisti e i giornali del Nord stanno con l’Atalanta e il Milan, quelli del Centrosud con la Roma e il Napoli. È una triste percezione sapere che neanche questo commento si sottrae a questa polarità geografica. Ora il lettore attento e super partes, ancorché tifoso, giudichi da sé. E valuti se la nostra valutazione è frutto di partigianeria o di un inguaribile amore per l’esattezza delle cose, a cui neanche un gioco come il calcio deve sottrarsi.
